Stranger Things è diventato adulto* (*qualche piccolo spoiler)

Stranger Things è diventato adulto* (*qualche piccolo spoiler)

Ho fatto binge watching di tutte le stagioni di Stranger Things. Ero rimasta indietro, ho recuperato. E la serialità mi ha stupito ancora una volta.

Stranger Things nasce come film diluito, nostalgia canaglia degli anni 80 e di Spielberg&Co., marketing perfetto per unire figli e genitori. La prima stagione è questo, e va benissimo. E’ ben fatta. Ben scritta. Non c’è vera rielaborazione dell’immaginario, se non qualche guizzo nuovo qua e là. Che per fortuna prende corpo nella seconda stagione, o meglio alla fine della seconda. E non per i demoni o i portali o altro, ma perché finalmente gli autori hanno avuto abbastanza tempo per sviluppare i personaggi e il mondo.

Tutto è accaduto dopo 17 episodi (stagione 1+stagione2): un numero che una volta non esauriva nemmeno una prima stagione di una serie mainstream. Ma la quantità conta in Tv – altrimenti spesso non c’è qualità. Conta il numero delle ore, degli episodi, dei pezzi e il tempo che scorre da uno all’altro. Perchè permette stratificazione, accumulo, profondità. Altrimenti avremmo solo Magnum PI, che era simpatico e aveva le sue complessità, ma adesso a noi serve uno come Hopper, baffo sporco, grosso, ma più vero.

Per questo, grazie al tempo, Strager Thing può diventare finalmente serie-mondo nella terza stagione. E’ cresciuta, come i suoi protagonisti.

Ogni personaggio è unico, con vari livelli di complessità. Ha un passato, un presente e ci immaginiamo un futuro. Le dinamiche sono oliate, e i nuovi inserimenti nel cast filano perfetti. Funzionano i ragazzi, soprattutto le ragazze, e perfino gli adulti. Il romanzo di formazione è per tutti, per imparare a essere amici, donne, madri, uomini, padri, fidanzati e fidanzate. Persone.

Hawkins è una Twin Peaks anni 80, più colorata, fantascientifica, perfino divertente (c’è molta comedy che prepara però un finale amaro) ma con altrettanti risvolti dolorsi (Billy, il dolore di crescere, il finale giocato benissimo tra montaggio, musica, voci narranti, volti dei ragazzi).

E le citazioni, sì, le citazioni non sono più un copia incolla, prendono forma narrativa e hanno vita propria (come la gag con la canzone de La storia infinita). Il mondo di Stranger Things ne ricorda un altro (Spielberg, Lucas, etc) ma è ora è anche autonomo.

E poi qua e là prese di posizioni tematiche. Al di là del governo che insabbia o dei russi cattivi, c’è un più sottile gioco con gli ideali americani. Così il centro commerciale, che distrugge l’economia della provincia, è tanto un posto bellissimo quanto la sede dei nemici e del mostro, e si è realizzato a causa di una speculazione edilizia. La Pepsi e la Coca Cola sono oggetto di battute che da un lato le celebrano dall’altro ne simitizzano il marketing (“E’ solo zucchero con un gusto differente”).

Per aiutare i ragazzi, la piccola Erika vuole del gelato in cambio. Dustin cerca di coinvicerla in nome del suo amore per l’America, e quella: “Sapete cosa amo di più di questo paese? Il capitalismo. Un sistema a libero mercato, le persone vengono pagate a seconda di quanto è prezioso il loro contributo”. Vuole gelato gratis, per sempre.

Il russo Alexei è alla fiera del paese con Murray (il complottista buono, quello che ha in parte ragione, non come quelli odierni che diffidano di tutti tranne che di Putin, prendendo sonore cantonate…). Il secondo spiega al primo che tutti i giochi della fiera sono truccati per portare i soldi nelle tasche dei ricchi. E’ l’America, ma giochiamo lo stesso, dice Murray. Quando Alexei vince però il primo premio, scopre che no, il gioco non è truccato, l’America ha ancora degli ideali. Chissà, forse confinati negli anni 80?

C’è la nostalgia ma anche il desiderio di andare avanti, ed ecco il finale: non c’è nulla di più americano di una madre single che si carica sulle spalle due figli suoi e una adottata e trasloca per cambiare aria, riprovarci, vedere cosa succede. Anche se dietro si lascia molto.

 

Ps Fossi in Putin, mi offenderei più per questi russi che si fanno fregare da ragazzini e americani grassi piuttosto che di Chernobyl. E comunque, i russi sono tornati a essere cattivi protagonisti. Sarà un caso? L’immaginario non mente mai.

 

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