Sanremo 2020 con Junior Cally. A Sanremo.

Sanremo 2020 con Junior Cally. A Sanremo.

Sanremo 2020 con Junior Cally.

Sono arrivata in città. E ho incontrato Junior Cally. O meglio il suo cartonato davanti alla porta dell’albergo. Dalla camera si vede l’Ariston e la piazza con il palco di Radio 2, la musica mi ha già frastornata.

Per chi volesse leggersi le cronache di Sanremo da Sanremo, qui un mio pezzo dello scorso anno pubblicato su Il Foglio. Vado a cercare la focaccia e alle prove. Prima però, mare.

 

 

“Lei deve scrivere un articolo sul contesto”. Me lo dice con sorriso compiaciuto: l’obiettivo della domanda che gli sto facendo gli è chiaro. E’ un signore alto, gestisce lo stand del circuito Ospedaletti, oggi celebre per le sue rievocazioni storiche con auto e moto d’epoca. “Vengo qui per far pubblicità” spiega. “C’è tanta gente, è un’occasione”. Ovvio, no? E’ metà mattina, sono a due passi dall’Ariston, c’è molta gente. Accanto allo stand di Ospedaletti c’è quello dei carabinieri. Un po’ più in là tre ragazzini danno spettacolo con una loro coreografia davanti a una piccola videocamera. Il video sarà meraviglioso, penso: loro ballano e gli agenti sullo sfondo. Mi dirigo verso un carabiniere, ma mi accorgo solo all’ultimo che è un manichino. Accanto ce n’è pure uno più piccolo, vestito da bimbo carabiniere. Due carabiniere, in carne, ossa e capelli raccolti, mi spiegano che “Siamo qua per avvicinare la gente, dare informazioni, far conoscere quel che facciamo”. C’è un piccolo tavolo con zanne, corni, pellicce e un pappagallo in gabbia: “Sono stati sequestrati con il nostro lavoro”. Creano però più entusiasmo, soprattutto in un gruppo di ragazzini, moto e macchine dell’Arma. Ce n’è una sportiva, mi avvicino a due carabinieri, chiedo: “E’ una Ferrari?”. “No signora, è una Lotus, c’è anche il marchio, c’è scritto”. D’altra parte sono qui per dare informazioni, la mia domanda li avrà resi di sicuro contenti. “Ma figurati se si mettono a fare gli inseguimenti con quella macchina lì!” sentenzia una signora accanto a me.

C’è vita, certo, c’è vita oltre a bolla della sala stampa, la bolla del palcoscenico, la bolla dei social. C’è vita, una vita che vive anche grazie al festival, e dunque è una vita alterata da quasi settant’anni. Per entrare in sala stampa devo passare da un ingresso laterale. Si apre su due ascensori che portano alla sala stampa, appunto, e un corridoio che dà verso il foyer del teatro. Mi apre la porta un ragazzo, ventisette anni, controlla i pass per diverse ore, è di Ventimiglia. Davanti all’ascensore c’è una ragazza, sta in piedi tutto il giorno, le fanno male le scarpe, dice che molti giornalisti non sono educati. Ha sempre sognato di fare il festival, e poi vedere i contanti anche di sfuggita quando passano da qui non è come cercarli per la città, lei è di Sanremo. La guardarobiera timida, bionda, è al secondo festival, giovanissima anche lei, felice. Come mi racconta un mio amico, sanremese, Adriano Attus, direttore creativo del Sole 24 Ore, quando era bambino c’era la gita all’Ariston. Tutti in fila con la maestra a vedere il palco e i cantanti durante le prove. Il festival affascina, poi diventa fonte di guadagno. E di “mugugno”: se il milanese, tipo me, la domenica dopo la finale dice “Finalmente torno a casa”, il sanremese pur conscio di quel che il festival porta alla città dice: “Belìn, tra un anno ancora tutto questo casino”.

Milanese è anche la hostess che ogni giorno sempre in sala stampa spalma di Nutella i pancake per i giornalisti. La crema è sponsor del festival, e così ci omaggiano. “Sono finiti” mi dice (maledetti colleghi). Riscendo in ascensore e mi dirigo verso le due guardie donne davanti all’entrata del foyer. “Buongiorno, posso farvi delle domande?”. “Lei chi è? Mi faccia vedere il pass” dice mantenendo il suo ruolo una delle due. Poi ridono. Sono di Livorno, lavorano per una società di sicurezza, sono venute qui per evadere un po’ dalla quotidianità (“Almeno non è come far la guardia davanti a un ospedale”), ma la sera sono stanche, volevano vedere il red carpet ma no, sono tornate in camera, però è divertente, qualche cantante alla fine se lo sono viste da vicino. “Posso passare dal foyer?”. “No”.

Non dormo in albergo, dormo in una casa. Sono stata in hotel, altre case, persino una volta nelle stanze sfitte di una casa di riposo. C’è chi sta dalle suore. Le strutture ricettive liguri sono variegate. Nella casa dove sto per esempio c’è una piccola cappella. Ha un inginocchiatoio e un affresco di una Madonna con bambino. Durante la ristrutturazione – mi spiega il mio agente immobiliare – hanno deciso di tenerla. La Madonna è lì, mi fissa anche mentre scrivo.

Il mio agente immobiliare fornisce case a giornalisti e addetti ai lavori. Troppo semplice dire, come spesso fa qualche rappresentante delle istituzione durante le conferenze stampa, che “gli alberghi sono pieni”. L’indotto è economico e umano, è ovunque, è anche una ragazza che da Milano arriva con un barattolo di Nutella da spalmare sui pancake. I negozi di abbigliamento magari non sono favoriti, dato il casino nelle vie attorno al teatro, ma c’è chi vende il 10% in più di polli arrosto. Tornando alle case poi: in Italia da dieci anni a questa parte, continua il mio agente, la seconda casa non è più l’immobile occupato per la stagione e poi lasciato sfitto. Adesso si affitta tanto la casa del nonno passato a miglior vita quanto la propria seconda casa, acquistata per farci i week end e i soldi extra gli altri giorni. Quest’anno per il festival – mi dice ancora- c’è più gente, ma gli addetti ai lavori si sono mossi tutti un po’ all’ultimo e per forza di cose spendono di più. Inoltre – come mi aveva raccontato lo scorso anno la proprietaria di un ristorantino sul mare – il fatto che Baglioni abbia modificato il regolamento, eliminando l’eliminazione, fa sì che i cantanti e i loro entourage restino tutta la settimana in riviera. Più persone, più soldi. O meno soldi, se il gioco è al ribasso: alcuni mettono in affitto qualsiasi cosa magari non in regola. L’affitto costa poco, ma stanze fredde e luce che salta.

C’è spesso amore-odio tra liguri e milanesi: noi pretenziosi, loro mugugnanti. Fin da bambina ho capito i due principali oggetti del contendere: il costo dell’ombrellone e la disponibilità della focaccia. “Vuole prenotarla?” mi chiede la commessa. No, non voglia prenotarla adesso alle dieci di mattina, penso. La focaccia ci deve essere sempre, quando ne ho voglia, di solito verso l’ora di pranzo/cena. “Avete finito la focaccia?!” è la frase rimprovero che si ripete di più, durante l’estate e durante il festival (come se non sapeste, penso sempre, che c’è ‘sto festival ogni anno da sessantanove anni – al Lido di Venezia a quell’altro festival accade lo stesso, ma finisce il baccalà mantecato). Sono esagerata e milanese, sì. Il pensiero della controparte è altrettanto esagerato: “Belìn, metti che sforno una teglia in più e poi non finisce tutta! Mi rimane sul groppone”. Durante il festival, comunque, mi spiegano che sfornano il 30/40 % in più di focacce. L’attività è familiare, di generazione in generazione, come quella della signora che vende i baci di Sanremo, ripieni di cioccolato e fatti di pasta di cioccolato, simili a una piccola meringa. “Ne sforniamo così tanti durante il festival che viene la tendinite a furia di impastarli!” mi dice la commessa. “Guardi là tutte quelle teglie, pronte per il forno”. Come la focaccia, però, mi fate venire l’ansia, quindi mi obbligate a prenotarli: “Due scatole per domenica, grazie”.

Decido di farmi le unghie. Anche questo è per lavoro. Il negozio è gestito da una cinese di trentotto anni, le lavoranti sono due ragazze italiane di venticinque e trentaquattro. Sì, durante il festival c’è qualche signora in più. “Vi sto facendo un sacco di pubblicità tra le colleghe” dico, sperando in uno sconto. Ci starebbe bene ora una riflessione: vogliamo pagare poco tutto, le case come le unghie, e poi ci meravigliamo se a nostra volta veniamo pagati poco. Ma non posso, devo scegliere la sfumatura di rosso esatta. Brasil, dico, me l’ha consigliata una collega. Quando pago, chiedo alla proprietaria se posso farle una domanda, prendendola alla lontana: conosceva il festival? “Sì, ho vissuto per anni in un contesto italiano, vedevano sempre Sanremo”. Ah, quindi – arrivo alla domanda secca – da quando è qui: “Sono arrivata in Italia 20 anni fa. Ho studiato alberghiero a Roma, poi sono stata estetista a Milano e Verona”. E perché poi è arrivata a Sanremo? “Per il festival! Perché c’è più lavoro per quello”.

Accanto c’è un parrucchiere, sempre gestito da cinesi. Faccio una domanda, ma la proprietaria non capisce, mi chiede se voglio sapere di un ristorante. Una sua cliente con l’impacco sui capelli scandisce per me: “Ti sta chiedendo se durante il festival lavori di più”. Mentre con energia pazzesca fa lo shampoo un’altra signora, mi guarda e scuote la testa: “No no, uguale uguale”. Risalgo in sala stampa, i capelli li faccio domani. In fondo al salone c’è una donna, sistema i fiori del lungo palco dove ogni giorno si siedono Baglioni e tutti gli altri per sorbirsi le nostre domande. Fa questo lavoro da sempre, fin da ragazza. Lo faceva anche sua mamma, è sempre stato così: “Il Festival è bellissimo”. Lo dice con gli occhi dolci mentre separa uno dopo l’altro, delicatamente e con mestiere, i petali di un fiore piccolissimo, coloratissimo, profumatissimo.