The Crown, o The Brexit

The Crown, o The Brexit

Ieri sera è andato in onda su Mediaset uno spot con Emanuele Filiberto di Savoia che annunciava “il ritorno dei reali”. Un promo per questa terza stagione… Mi sento male: Savoia e Windsor affiancati, quando il loro ruolo della Storia li rende inavvicinabili. Le vie del marketing sono infinite, ma la nostra tendenza è spesso pacchiana: davvero il pubblico di Filiberto è quello che potrebbe godersi The Crown? La serie non ha nulla a che vedere con tutto quello che in questi anni ha fatto a livello mediatico Filiberto, e quindi lo spot a chi è rivolto? O Netflix cerca ormai un abbonato super generalista, che però non può essere soddisfatto da The Crown: il rischio è che visioni la prima puntata della terza stagione, gratuita in promozione, e poi si fermi subito. Ci sono ben altri contenuti Netflix da pubblico generalista…Capisco far rumore, capisco che ne stiamo parlando, pure io qua e pure quelli che manco avevano capito cosa fosse (e lo commentavano seri). Ma poi? Chi si abbona? Penso alle due casate, e alla Storia che li divide in tutto. Anche quella popolare, perché un conto è il pop un conto è il trash. L’operazione Uan e Stranger Things tra Netflix e Mediaset aveva senso, ma questo accostamento è tra due immaginari reali, Reali, storici diversissimi. Spero Elisabetta quereli.

Qui sotto un mio articolo tratto da Il Foglio e le interviste agli autori e agli attori della prima stagione (altre interviste sono visibili su Serial Insider).

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“Ho deciso di rimanere con lui per il bene della Corona”. Non è la regina Elisabetta II a dirlo bensì sua zia Mary, sposata a un Lord insopportabile. E’ uscito nelle sale il film tratto da Downton Abbey, e al castello arrivano il Re e della Regina, Giorgio V e Maria di Teck, nonni di Elisabetta. Si lamentano di avere un primogenito un po’ così. Quel figlio lì, sappiamo, abdicherà per una divorziata, Wallis Simpson, e così diventerà re Giorgio VI, papà di Elisabetta. Lui sì che aveva il senso delle istituzioni, come in futuro sua figlia e allora sua sorella Mary. E siccome anche il castello di Downton Abbey è un’istituzione, un’altra Mary, figlia del conte, promette alla nonna Violet di preservarlo nei secoli dei secoli.

Gli inglesi ribadiscono che il loro passato è importante, le loro tradizioni idem, le loro istituzioni ancora di più. Eppure questa è l’epoca del caos Brexit, dei distruttori Johnson e Farage, in nome però proprio della grandezza di un tempo: contraddizioni del presente e nostalgia del passato. La stessa sensazione di smarrimento si ha di fronte The Crown, capolavoro di Netflix, in arrivo con la terza stagione dal 17 novembre. Non è Elisabetta la protagonista, lo è Elisabetta in quanto detentrice della Corona. E’ un gioco di doppi: Elisabetta e la Regina, la donna e l’Istituzione. Sono la stessa persona, non sono la stessa cosa. Per questo il passaggio di consegna tra un’attrice e l’altra nella serie (a Claire Foy succede Olivia Colman) appare quasi naturale, e il trailer mette astutamente lo spettatore di fronte alla doppiezza delle immagini.

Elisabetta-Colman osserva la sua nuova immagine da Regina apposta sulle monete. “Una vecchia megera” si definisce confrontandosi con l’effige della bella Foy. Un gioco di specchi e di immaginari. Non importa in fondo che l’attrice sia mutata, non solo perché Colman è brava e perché era necessario – adesso è un’altra età che va raccontata. Come insegna la serie inglese fantasy Dr Who, è possibile fare incarnare un personaggio in un corpo attoriale diverso se questo personaggio è diventato un’istituzione. E The Crown racconta questo: la Corona si incarna in un umano che deve fare i conti con questo invasore amato-odiato.

Anno 2016, quello del referendum. Durante un’intervista per la prima stagione di The Crown, l’autore Peter Morgan (già dietro The Queen con Helen Mirren) mi spiega che la serie avrebbe acquistato un nuovo senso a causa della Brexit. L’avremmo insomma letta diversamente (e lui forse scritta diversamente). E forse accadrà ancor di più con questa nuova stagione. Come se ogni scena prefigurasse il presente eppure conservasse un senso di grandezza oggi perso. Contraddizione e nostalgia. La stagione sarà ambientata negli anni Sessanta e Settanta, tra guerra fredda e declino dell’Impero. La Regina invecchia e scopre la doppiezza di chi le sta accanto, e in fondo sempre di più anche la propria.

Morgan infatti l’aveva già raccontata nel play The Audience (anche lì c’era Mirren), mettendo in scena tutte le udienze avute dalla regina con i suoi primi i ministri. Un’istituzione che ne incontra un’altra, entrambe incarnate in due esseri umani. Ci sono così almeno quattro persone presenti a ogni colloquio, che per Morgan è come una seduta psicanalitica. In una scena del play la Regina parla con una se stessa bambina. La piccola si sporge dalle finestre di Buckingham, ma ha paura di farsi vedere dalla gente. «Perché?» chiede la Regina adulta «Sanno che abiti qui, ti hanno visto dal balcone con mamma e papà». Risponde la bimba Elisabetta: «But that’s me as…the other person. This is me as…me». Nell’era dei personalismi maschili l’Istituzione, questa other person, rimane schiacciata da un me fino troppo umano e esuberante, doppio solo per proprio tornaconto. E tocca allora a un femminile magari più semplice ma più forte, tocca a Elisabetta in The Crown, a sua zia Mary e a Lady Mary in Downton Abbey, andare oltre e diventare leader. Forse chissà, per Elisabetta, anche in maniera troppo rigida, visto come stavano cambiando i tempi.

E’ lo stesso per Caterina la Grande. La sua è una leadership però ben diversa, ben più audace. Nella nuova serie in onda su Sky, la rappresentante in Russia del dispotismo illuminato è interpretata da Mirren, e così gli immaginari si sommano. Entra in scena in pelliccia con colbacco stile sexy regina dei ghiacci – ovviamente. Fa visita in prigione al legittimo erede al trono dopo che lei stessa ha detronizzato suo marito. Più avanti, farà sgozzare il prigioniero. Certo, tutto questo è in contrasto con i suoi valori illuministici, ma Caterina vuole rendere grande e moderna la Russia. Purtroppo Caterina La Grande non ha nessuna delle raffinatezze di The Crown, ma non è un caso che di questi tempi ci si interroghi su cosa sia davvero una leadership, da Succession a Joker. L’altro giorno è apparsa una foto di Elisabetta II. Di bianco vestita, sbarazzina con addirittura le mani in tasca. Leader vera e libera.

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