Verso gli Emmy #1: Michael Douglas

Verso gli Emmy #1: Michael Douglas

Qualche articolo in vista degli Emmy

Il primo è per Michael Douglas, condidato come migliore attore per Il metodo Kominsky

(intervista apparsa su Repubblica)

 

Il cambiamento dei rapporti tra Tv e cinema è anche una questione di divi. Ne sa qualcosa Michael Douglas, premiato con Nymphe de Cristal alla carriera durante la 59° edizione, conclusasi martedì 18 giugno, del Festival della Tv di Montecarlo. Divertente e loquace, ha parlato a lungo di questo momento di passaggio, così evidente per lui: “Ho lavorato ne Le strade di San Francisco. La Tv è stata spina dorsale per la mia carriera. Lasciai lo show dopo quattro anni e produssi Qualcuno volò sul nido del cuculo. Pensavano fossi pazzo a lasciare uno show di successo, ma il resto è storia. Il passaggio al grande schermo allora era una cosa difficile, erano strade separate. Se eri un attore di Tv infatti volevi diventare una movie star, anche perché sul piccolo schermo il pubblico ti vedeva gratis, al cinema – oh!- doveva pagare per vederti. E poi, voilà, molti anni dopo nel 2013 ho interpretato il pianista Liberace in Dietro i candelabri, diretto da Steven Soderbergh e con Matt Damon. Un film che nessun studio voleva fare, e che produsse HBO. E questo mi aprì gli occhi. Infine Chuck Lorre, produttore e sceneggiatore favoloso, mi ha proposto la meravigliosa opportunità di tornare in televisione grazie a Il Metodo Kominsky. Ringrazio il festival per aver riconosciuto questo ciclo che mi riporta in Tv”.

Un ciclo perfetto. Sono passati esattamente 50 anni dal suo primo ruolo come attore proprio in Tv nel 1969, in un episodio della serie Playhouse. Nel 2018 eccolo su Netflix grazie appunto al re delle comedy Lorre (The Big Bang Theory), nel ruolo di Kominsky, insegnante di recitazione un po’ sopra le righe alle prese con la sua vecchiaia e quella del suo migliore amico. Una storia possibile forse solo grazie al mutato panorama mediale: “Una volta c’erano tre reti, adesso grazie alla Tv via cavo e allo streaming ne abbiamo tantissime. La differenza è il passaggio da una Tv basata sulla pubblicità a una Tv basata sull’idea di membership. Il pubblico non paga uno show, paga un abbonamento. Così c’è maggior varietà e libertà, e la qualità della scrittura si alza. E’ un passaggio importante per sceneggiatori, registi, produttori. Oggi c’è anche più libertà per un attore di passare dalla Tv al cinema e viceversa”.

Il movimento di corpi e volti tra Tv e cinema è circolare, come mai prima d’ora. I prestiti ci sono sempre stati, ma adesso i passaggi sono fluidi e non penalizzanti. Quando la Tv negli anni 80 mutò stile narrativo e visivo, cercò di attrarre nomi di fama per cambiare il modo di essere percepita. Come dice Douglas, la qualità della scrittura ha permesso un nuovo avvicinamento al piccolo schermo: non lo si evita, anzi lo si cerca. Certo, raramente ci si impegna per prodotti di lunga serialità (eccezioni: Tim Roth con Lie to me e Kevin Spacey con House of Cards). Come Julia Roberts su Amazon, Meryl Streep e Nicole Kidman su Hbo, per lo più si cercano miniserie via cavo o in streaming: non vincolano troppo a lungo. Così facendo inoltre, seguendo il ragionamento di Douglas, per quel divo il pubblico deve pur sempre pagare, non un singolo biglietto ma comunque un abbonamento. Il valore economico rimane. In questo gioco, però, talvolta le nuove reti usano il divo come nome acchiappa-utenti, cancellando poi la sua serie dopo poco. Ma se il cinema è dominato dai blockbuster, la narrazione seriale complessa a è necessaria: permette agli attori di trovare ruoli diversi. Permette anche di aprire nuovi orizzonti a certe carriere, come capitato a Jude Law con The Young Pope. O allo stesso Douglas con appunto Il Metodo Komisnky, per il quale ha vinto un Golden Globe, e prima con Dietro i Candelabri, ruolo affrontato dopo la sua battaglia contro il cancro. Un film indipendente che “nessuno studio voleva fare”. Chissà, oggi forse Douglas produrre Qualcuno volò sul nido del cuculo per la Tv.

Allo stesso tempo, gli attori di oggi che iniziano sul piccolo schermo non sono considerati di serie B per gli stessi motivi spiegati prima. Il loro potenziale attrattivo viene sfruttato anche al cinema, e non solo: Benedict Cumberbatch passa da Sherlock sulla BBC al cine-comics Doctor Strange, Kit Harington e Emilia Clarke diventano protagonisti di una campagna di Dolce e Gabbana.

Douglas ha ricordato con affetto Karl Malden, un vero mentore durante gli anni de Le strade di San Francisco. Forse aver iniziato con il teatro e soprattutto con la Tv gli ha permesso di ottenere un successo così duraturo, spiega: “Durante quegli anni recitavamo in 26 episodi di un’ora, giravamo per sei giorni. Ho imparato la disciplina, e anche molte regole di sceneggiatura. Questo è la base della mia carriera: come scegliere un ruolo, come essere un produttore. Questo è il “materiale” su cui si lavora, e se è buono, non mi importa la parte. Sono sempre interessato alle opere nel loro complesso perché anch’io sono un produttore, e lo stesso dunque vale quando sono attore. Preferisco di gran lunga una piccola parte di un bel film piuttosto che una parte importante di un brutto film”. E anche in uno show televisivo.

 

 

 

 

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