Ritratto/Intervista: Ilaria Dallatana (Raidue)

Ritratto/Intervista: Ilaria Dallatana (Raidue)

Pubblicato in Corriere Economia, 20 febbraio 2017

 

“Un caleidoscopio di colori, facce, linguaggi, generi, target”: così il direttore Ilaria Dallatana definisce la sua Raidue. E allora non si può non pensare a Mika, e al suo varietà, come simbolo di una rete aperta a più mondi. “Ma anche a Rocco Schiavone e ai ragazzi de Il Collegio” continua Dallatana “Oggi la Tv è contaminazione, se l’idea è forte il genere arriva in seconda battuta”.

Raidue insomma cerca nuovi orizzonti linguistici, ma “ci vuole tempo” continua Dallatana “per portare avanti i cambiamenti e modificare le abitudini del pubblico. Un tempo lungo che il Servizio Pubblico ti concede, se è legato alla ricerca della qualità”. In epoca di fake news e crisi dei talk, anche l’informazione si rinnova: “Stiamo rimettendo mano a Nemo per armonizzare un genere intorno all’idea forte dello show. Santoro invece sta lavorando per fine stagione a due puntate tra ricostruzione storica, ricerca d’archivio e reenactment teatrale”.

Comincia a Mediaset la lunga, densa, avventurosa carriera di Ilaria Dallatana. Nata a Parma nel 1966, si laurea in Lettere Moderne alla Cattolica di Milano con relatore Aldo Grasso. La tesi è su Canal Plus: “In realtà volevo soprattutto andare a Parigi in Erasmus, allora una cosa “nuova”. Avevo però la passione per i media: scrivevo per la Gazzetta di Parma, ho lavorato in un’agenzia pubblicitaria…ma non facevano per me. Dopo un colloquio con Federico Di Chio entrai a Mediaset nel marketing editoriale nel 1991. Mi occupavo di molte cose, era un periodo in cui tutto era possibile”. Tanto che tre anni dopo, “senza sapere lo spagnolo” confessa, si propone nel team inviato a Madrid a supporto di Tele5, un’esperienza lavorativa importante.

Nel 1997 è però di nuovo a Cologno come Capostruttura Intrattenimento: “Seppi che Giorgio Gori stava mettendo mano a Italia Uno: conoscevo la sua fama, chiesi di lavorare con lui. Zelig, la Gialappa’s, Sarabanda, i primi proto-reality (Matricole & Meteore, Il Brutto Anatroccolo): era una Tv vitale, colorata, fatta in fretta. I format non c’erano ancora, “formattizzavamo” idee nostre e quelle viste sulle Tv straniere. Era una squadra giovane e libera, da Francesca Canetta a Sabina Gregoretti, ora braccio destro di Maria De Filippi”. Il team passa poi a Canale 5 per il lancio de Il Grande Fratello e Chi vuol essere milionario. Un’altra stagione di successi, ma non è tempo di fermarsi: nel 2001 con Gori e Canetta fonda una propria casa di produzione, Magnolia. “Me lo chiese Giorgio, e non ebbi dubbi a buttarmi in questa avventura” continua. “E’ stata un’evoluzione naturale maturata all’interno di dinamiche di gruppo molto forti”.

L’intuizione è giusta, perché in quegli anni la creatività viene sempre più appaltata a case di produzione esterne. Magnolia si afferma con uno stile riconoscibile: “Per me è stata una famiglia. Curavamo molto il prodotto, avevamo la sindrome dei primi della classe. Era anche un’azienda “in ciabatte”, senza una gerarchia ferrea ma molto concreta”. Tanti i programmi realizzati: “Quando abbiamo venduto L’Eredità a Raiuno abbiamo capito che potevamo farcela. Camera Cafè mi è molto caro. E poi L’isola dei Famosi, che ci è scoppiata tra le mani, e XFactor, al quale inizialmente non credevo”.

Nel 2014 però decide di lasciare tutto, fermarsi un po’, pur accettando alcune consulenze, fino all’offerta di Antonio Campo dall’Orto. Nel multiforme panorama mediale, “la Rai deve essere produttore culturale più degli altri, anche perché rischia di rimanere l’unico tutto italiano. Ne va della nostra identità. I contenuti devono essere diversi, dalla prima dell’Opera alle barzellette di uno youtuber fino ai video di Fedez. Serve anche una tecnologia per rilanciarli, e il lavoro fatto su RaiPlay è molto importante. Il tutto presuppone però uno sforzo economico”.

Una vita dedicata alla Tv quella di Dallatana, occupando con entusiasmo tanti ruoli diversi (“Noi donne siamo più duttili”). Un difetto? “Un eccesso di pragmatismo legato all’esperienza. Il che mi salva dall’imboccare strade che so fallimentari. Dall’altro però frena i sogni di chi lavora con me. Ma sto imparando a dire “Ok, proviamoci”. Alle volte funziona”.

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