Ricordando Twin Peaks e Laura Palmer

Ricordando Twin Peaks e Laura Palmer

Pubblicato su Futura, newsletter del Corriere della Sera

 

 

Il ricordo è vago. Magari non è successo, ma non importa. Meglio se i piani sono confusi.

Sono alle medie, e una compagna ha portato a scuola Il diario di Laura Palmer. Lo leggiamo dopo l’ora di ginnastica, nello spogliatoio della palestra. Deve essere una cosa molto sconcia: lo danno in allegato a Tv Sorrisi e Canzoni, la rivista per famiglie sulla quale leggo da sempre le canzoni di Sanremo (altra perversione precoce), ma per rendere difficile l’accesso a quei segreti le pagine sono incollate. Non mi ricordo una frase, un dettaglio, un racconto di quel diario, però a distanza di 26 anni l’ho comprato in inglese, in versione cartacea, e l’ho riletto in italiano, in versione sito.

Il Diario di Laura Palmer è uno dei tanti oggetti di senso del mondo immaginato da David Lynch e Mark Frost che ha oltrepassato il piccolo schermo per prendere forma tangibile nel nostra realtà.

Non è certo l’unico: Il Diario fu una bella idea di marketing, ma altri oggetti di pura immagine di quella serie hanno varcato la soglia, e da Twin Peaks, dalla Loggia Nera, dalla Red Room, sono arrivati fino a noi, colonizzandoci nel profondo. Basta l’immagine giusta al momento giusto.

 

La foto di Laura: sorriso da dentifricio e coroncina da reginetta. Perfetta. L’ultima volta che l’ho vista non è stato in Tv, ma a casa di una mia amica: aveva stampato la foto, l’aveva incorniciata e messa su un tavolino della sala. Come si fa con quelle dei parenti più stretti: al diavolo il marketing internazionale, questo è puro privato piacere da fan. Quella foto è così spiazzante perché è la Laura ideale, quella che poteva essere ma non è mai stata perché non glielo hanno permesso. Non sono così bizzarre anche certe foto del nostro passato? Non lo sono oggettivamente, lo sono per noi che le guardiamo. Quella bambina imbronciata vestita da piratessa per Carnevale sono io, eppure non sono (più) io. Tutto si sdoppia, come nella città delle cime gemelle. Che mi ha insegnato che sono doppi anche una saponetta, una calza, un gambo di una ciliegia, un telefono.

Se infili una saponetta in una calza, puoi farla roteare come un’arma e picchiare la tua giovane moglie. Come Leo.

Se sai annodare con la sola lingua un gambo di una ciliegia, sei pronta per essere arruolata in un bordello. Come Audrey.

Quante volte la madre di Laura prende in mano la cornetta del telefono per avere notizie di sua figlia? Telefona anche a suo marito, che in quel momento riceve la visita di un agente e così la notizia della morte di Laura. Il telefono è rovesciato, il filo penzola lentamente fino a terra dove c’è la cornetta. Lentamente, lentamente, così da sentire tutto il pianto della donna.

Sanno di familiare eppure improvvisamente hanno un vago spaventoso sapore di altro e di altrove.

Il modo più convincente di creare un mondo narrativo, soprattutto se ai confini dell’ordinario, è ancorarlo a oggetti banalmente concreti ma usati in maniera precisamente ossessiva, e diversa. E’ come nei sogni, quando alcuni dettagli che nella vita reale appaiono nulli prendono il sopravvento, e non ci lasciano scampo. Sanno di familiare eppure improvvisamente hanno un vago spaventoso sapore di altro e di altrove. Twin Peaks è stato tutto questo, un sogno narrativo che ha reso perturbante la mia pre-adolescenza, e non solo la mia.

Quello stesso anno, circa un mese dopo la prima puntata di Twin Peaks, sempre su Sorrisi, avrei letto versi come “Vecchio sì, con quello che hai da dire, dovresti già morire”. La ragazzina delle medie di allora, la me di allora, sarà rimasta turbata nel profondo, e a lungo termine, più dal Bob di Twin Peaks o dal Renato Zero di quel Sanremo? Bob era il Male, e anche allora sapevo che il Male era spaventoso. Non sapevo ancora, invece, che quel famoso cantante cantava la vecchiaia a 40 anni. Cioè l’età cui sto andando incontro ora, mentre mi rendo conto che il mio immaginario infantile è il remake preferito dell’industria di Hollywood e non solo.

O forse, Twin Peaks è sempre stato anche una profonda riflessione sulla nostalgia

Non è la mia età attuale che mi turba (vabbè, un po’ sì, dai). E’ la mia età passata che vogliono vendermi come nostalgica che un po’ mi offende. Il risultato di questo Twin Peaks sarà diverso? Potrò visitare di nuovo le cime gemelle senza dover pensare per forza alla me (orrendamente) vestita da piratessa? O forse, Twin Peaks è sempre stato anche una profonda riflessione sulla nostalgia: raccontava quanto sconvolgente sia un’adolescenza perduta. Ciao Laura (e via con la musica di Badalamenti in sottofondo, grazie).

 

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