Intervista agli autori di Lost e 24

 

 

Damon Lindelof e Carlton Cuse, Lost

(realizzata nel 2009)

 

All’inizio di Lost abbiamo viaggiato nel tempo attraverso flashback e flashforward. Adesso nella quinta stagione il viaggio nel tempo è reale, come entra questo gioco nella costruzione di Lost?

 

Damon Lindelof: Il tempo è molto importante nella costruzione della storia. Il nucleo della storia è: un gruppo di persone sono su di un aereo che precipita. A poco a poco iniziano a conoscersi, come accade nella vita di tutti i giorni. Il fatto che l’isola si sposti nel tempo è il modo migliore per raccontare la parte mitologica della storia. Il tema della quinta stagione è soprattutto questo: quanto i personaggi siano padroni del proprio destino, quanto siano responsabili di ciò che sono e quanto possano cambiare le cose.

 

Lost è un viaggio attraverso il tempo e attraverso la vita dei personaggi: cosa è più importante tra il mistero dell’isola e i personaggi?

 

Carlton Cuse: Lo show si chiama Lost: a un primo livello racconta di personaggi dispersi su un’isola misteriosa. Ma il titolo ha sensi ulteriori: vuole anche dire che i personaggi sono persi nelle proprie vite.

Questa metafora è più importante di ogni possibile mistero dell’isola. Per noi autori il vero mistero di Lost è: chi sono queste persone? Ed è questo che ha portato lo show ad essere così popolare, mentre una parte più ristretta di pubblico segue con maggiore attenzione i misteri, che sono la parte cult della serie. La maggior parte del nostro tempo è comunque rubato dal pensare e dallo scrivere i personaggi piuttosto che i misteri. Potremmo dire che se i personaggi sono la torta, i misteri corrispondono alle ciliegine.

 

Lost parla di caos/destino, costanti/variabili, fede/scienza. Questa battaglia fra gli opposti è il nucleo tematico fondamentale: ci potrà essere una parte vincente alla fine?

 

Damon Lindelof: La vicenda di Lost è tutta un conflitto, la vita è tutta un conflitto, i personaggi parlano delle stesse cose di cui si parla anche nella vita.

Siamo predestinati o possiamo scegliere? La cosa più interessante è che i personaggi hanno cambiato le loro opinioni nel corso della serie. Jack all’inizio era l’uomo razionale e ora parla di destino. Ciò vuol dire che ha vinto la fede? Forse per Jack. Locke ha compiuto un percorso opposto, si è trovato sull’orlo di un abisso e ha perso la sua fede. Ma non vincerà mai un punto di vista, i temi e le loro risoluzioni sono soggettivi: è più importante il percorso. Può prevalere un’idea ma si tratta di una sola battaglia vinta, la guerra degli opposti andrà avanti per sempre.

 

Sempre parlando di costanti e variabili: non sono queste le basi della scrittura televisiva?

 

Carlton Cuse: Lost ha infranto un sacco di regole della tv americana. C’era l’idea che una serie troppo serializzata non avrebbe funzionato. Ma in realtà grazie a internet, ai dvd è facile raccapezzarsi e rivedere le puntate molto più facilmente che un tempo e Lost ha cavalcato quest’onda per primo, permettendoci di narrare storie più complesse. Lost ha un inizio, un centro e una fine e i personaggi si evolvono dentro questo calcolato percorso, che non muove solo da A a B, ma può saltare anche alla C o magari alla Z e poi tornare indietro.

 


 

 

 

Joel Surnow, co-creatore di 24 assieme a Robert Cochran

(realizzata nel 2007)

 

Come avete ideato 24?

 

Che ci crediate o no iniziamo con molto poco. Iniziamo ogni stagione con un’idea generale.

Ci chiediamo qual è la situazione emotiva di Jack all’inizio, chi sono i cattivi, chi è il presidente, qual è il problema della nazione. È tutto quello con cui abbiamo a che fare all’inizio. Scriviamo i primi quattro episodi e controlliamo che siano compatti, che ci sia un’unica grande storia dalla quale prenda avvio la stagione. Da quel punto in poi scriviamo la serie di settimana in settimana, episodio per episodio. Il lavoro è di gruppo: lavoriamo tutti assieme sul medesimo episodio e, una volta terminata la scrittura, tutti assieme lavoriamo al successivo. Siamo in tre o quattro seduti in una stanza che ci chiediamo come realizzare il prossimo pezzo della storia e come mettere assieme tutti i pezzi. Per esempio nella prima stagione ci è venuta l’idea della talpa al CTU: che fosse Nina Myers lo abbiamo deciso solo attorno all’episodio diciannove, quando si doveva decidere come risolvere la storyline. Abbiamo sempre in ballo tre o quattro storyline da portare avanti.

 

Jack Bauer è il protagonista, il vero antagonista è il tempo più di quanto non lo siano i terroristi? Il terrorismo è più che altro un espediente narrativo?

 

È tutto molto vero, è esattamente così. A inizio stagione stabiliamo un cattivo, poi ne salta fuori un altro e successivamente si scopre che invece il vero antagonista era un altro ancora

L’elemento principale è la corsa contro il tempo che Jack deve affrontare.

A volte siamo stati messi sotto accusa per come abbiamo rappresentato i terroristi, per il fatto che non fossero radicali ma al contrario appoggiati da multinazionali americane o europee. Queste scelte sono motivate dal non voler annoiare lo spettatore facendogli vedere terroristi che fanno sempre le stesse cose. Detto ciò il protagonista è il tempo ed è il tempo che costringe Jack a prendere scelte dal forte impatto emotivo. I terroristi vanno e vengono, l’importante è creare sempre qualcosa di innovativo al riguardo.

 

Parla spesso di un film su 24. Ma come è possibile tradurre la sua particolare narrativa televisiva sul grande schermo?

 

In effetti c’è un problema nell’adattamento per il grande schermo. Se noi facessimo ciò che si è soliti fare quando si realizza un film perdemmo l’essenza di 24. La forza e il potere di questa serie risiedono nel suo essere una storia intima, nei suoi momenti minimi. Se noi cambiassimo tutto allineandoci con la grandiosità del cinema, inserendo location esotiche rischieremmo di snaturare la serie. Quando abbiamo consegnato la prima stesura di un possibile film su 24 agli studios il presidente mi ha detto che è difficile tradurlo sul grande schermo senza perderne l’essenza. Si è deciso di aspettare la fine della serie senza interferire con essa per vedere cosa se ne può trarre.

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