#pezzivintage Carrà, De Filippi e Vezzoli

#pezzivintage Carrà, De Filippi e Vezzoli

L’intervista è stata pubblicata su Linus, maggio 2017

 

Tutti pensano viva in un tempio della nostalgia. Non è così, come vedi”. Intervisto Francesco Vezzoli a Milano, in pieno centro. E’ ospite in un ufficio-casa essenziale, quasi spoglio. Certo, su una parete c’è una sua opera, la popostar Nicki Minaj in posa come la contessa Du Barry, ma tutto convive in equilibrio. Vezzoli è un divertente flusso di parole che da pacato si fa esuberante: “Ho fatto un video con Iva Zanicchi perché il mondo dell’Arte si meritava un video con Iva Zanicchi!” Il bello è che, in un momento artistico e culturale così nostalgico, resta immune dal contagio: “Spesso le persone hanno amorevolmente frainteso, hanno pensato che le mie opere fossero le mie ossessioni. In realtà, no. Nelle opere d’arte non è necessariamente giusto mettere le proprie ossessioni”.

Artista internazionale, nato a Brescia nel 1971, Vezzoli accosta immagini raffinate e popolari, da museo e da rivista, del passato e del presente. Spesso ai volti che ri-produce aggiunge lacrime ricamate all’uncinetto. Talvolta lui stesso appare nei suoi video mentre ricama, e Iva Zanicchi canta La Riva Bianca. La Riva Nera o Valentina Cortese recita Help dei Beatles. Ha messo Helen Mirren e Adriana Asti nel pulp trailer di un ipotetico remake di Io, Caligola. Ha recitato Dinasty con Helmut Berger, ha lavorato con Lady Gaga, ha messo Michelle Williams e Natalie Portman una contro l’altra per un profumo.

Adesso, complice la Fondazione Prada, si dedica al piccolo schermo con la mostra, inaugurata il 9 maggio, TV 70: Francesco Vezzoli guarda la Rai. “Un lavoro diverso dal resto. La Rai, la tv di quegli anni, è un mio territorio di studio. Guardo tutto, le teche, ogni programma. La Rai è la nostra Storia. Non sono magniloquente: nell’era digitale i documenti della Storia sono le immagini. E chi detiene il più grande archivio di immagini della nostra nazione? La Rai. Che è lo Stato. Le immagini sono arte. E io ho pensato: se riesco a far sposare anche per un matrimonio lampo Prada e la Fondazione Prada con la Rai e le Teche Rai, ecco, è come quella serie meravigliosa, La strana coppia!”.

La mostra mette a confronto immagini televisive e opere d’arte. La prima parte è dedicata all’Arte in Tv, con programmi quali Come nasce un’opera d’arte e opere come Paesaggi Tv di Mario Schifano e Il televisore che piange di Fabio Mauri. La seconda parte è dedicata alla Politica, ai Tg a confronto i lavori di Nanni Balestrini, Ketty La Rocca, Carla Accardi. La terza parte, infine, è l’Intrattenimento, è Milleluci, Stryx, le foto di Lisetta Carmi e La spia ottica di Giosetta Fioroni. TV 70 sembra un lavoro di estrapolazione e dialogo, vicino a quello delle sue opere: “Sono gli anni della mia infanzia, ho messo in contrapposizione due valenze che sono due parallele quasi mai convergenti. Il mondo dell’Arte rimane prigioniero, giustamente o meno, delle sue integrità, e corre parallelo a un mondo mediatico che ha i suoi percorsi”.

Pensando alle geometrie in bianco e nero di Falqui, e alle macchie di colore di Trapani, c’è da chiedersi se non sia grazie all’Intrattenimento che la Tv si fa Arte…

A differenza della Tv degli Stati Uniti, dalla tendenza commerciale, noi abbiano avuto il Servizio Pubblico. E abbiamo avuto una Tv anche pazza e creativa: a un certo punto della mostra infatti c’è una svolta che io chiamo femminile/femminista. Dopo due sessioni di Arte e Politica, molto maschili, con l’arrivo della donna nella sezione Intrattenimento qualcosa si sblocca. Certo, Falqui e Trapani sono registi uomini, ma mettono in scena una sensibilità ultramoderna. Qui avviene una penetrazione definitiva delle diverse istanze, lì c’è l’abbraccio tra Arte e Tv. Con Stryx siamo oltre il transgender con 40 anni di anticipo. Oggi si dice: “Ah sulla copertina di Vogue c’è una trans!”. Ma guardatevi Stryx dico io! Nel 2017, con tutto l’affetto, manco mia mamma batte un ciglio. Anche perché Vogue Francia non è un prodotto statale. Parliamo di politica: Stryx veniva visto da milioni di persone. Tutti che guardano Grace Jones che in un bicchiere di champagne anticipa Dita Von Teese e canta Anema e Core. La questione non è: era choccante. La questione è: era un prodotto statale. Lo Stato lo produceva e lo dava alla nazione, questo è l’aspetto incredibile.

Un fatto politico.

Sì, rivoluzionario. Vuol dire che delle istanze completamente anarchiche sono arrivate alla stanza dei bottoni, cosa rara purtroppo. Certo, in quegli anni c’erano i porno, le prime tv libere, molto altro, ma non è questo la mostra. E’ la differenza che passa tra una mostra in una galleria e una in un museo con cinque milioni di visitatori: si entra in una dinamica di visibilità, regole, confini tutti diversi. Questo rende eccitante lavorare con la Rai.

Nella mostra c’è Il televisore chi piange di Mauri: un fondo bianco e un lungo pianto. Questo videro gli spettatori nel 1972. Al di là di questo deliberato esperimento, forse si cominciava a capire che la Tv è talvolta situazionista di per sé…

Per me il virus artistico è interessante. Certo, in quegli anni Rai produce Padre padrone, L’ albero degli zoccoli, poi però c’è la Tv che diventa situazionista con il talk Sotto il divano. E poi C’era due volte con Piombi e Cicciolina, venivano rifatte le fiabe, beh ma questo è puro Guy Debord! Soprattutto letto a posteriori, con Cicciolina più famosa di Jeff Koons, che poi la sposa e se ne appropria anni dopo per la sua opera più bella.

Nella nostra società dello spettacolo, o virtuale, o liquida, tutte le immagini sono diventate un flusso da cui pescare ciò che si vuole. E’ come in Tv. E’ quello che fai tu nelle tue opere.

E’ un blobbone. Rivendico però per me lo svelamento di alcuni sistemi del mondo dell’Arte. Il crollo delle ideologie nel mondo dell’Arte si è tradotto in una speciale di crollo delle coerenze. Se è un blob la mia estetica, andiamo a vedere le case di certi collezionisti: sono loro i peggiori blobbisti del secolo! Se uno lo fa coscientemente, se è un gesto voluto, sofisticato, camp…ma adesso abbiamo questo blob del mercato, del quale molti beneficiano. Fosse de-ideologizzato, andrebbe anche bene. E’ confuso: comprano delle cose e non sanno cosa vogliano dire.

Insomma, il tuo blob è cosciente delle differenze. Attui degli spostamenti surreali, ma anche perturbanti: sono immagini famigliari ma basta poco e paiono altro.

E’ un blob nel quale ci si diverte a mettere insieme momenti storici con ideologie diverse, per metterle a confronto e poi lasciar decidere allo spettatore. C’è uno slittamento, non puoi essere mimetico, a cosa serve! Lo slittamento è un po’ a monte…Quando mi dicono: dove è l’opera d’arte? Beh, ma l’opera d’arte è il dialogo, è far dialogare ad esempio la Fondazione Prada e la Rai. E’ una dialettica potentissima.

Parli di divertimento, forse c’è anche un’idea di gioco nel tuo fare artistico…

È un gioco simile a quello del giornalista, quello dei profili alla New Yorker. Quando ti dedichi molto a un soggetto un po’ ti innamori, è ambigua la linea tra piacere, studio, disprezzo, capacità critica, complicità. Nelle mie contrapposizioni c’è sempre questa idea, che poi è alla base di una mostra: io bambino, in camera i genitori mi appendevano le foto di Mertz, le nonne mi facevano vedere Milleluci.

E’ uno svelamento non per distruggere, ma per amore.

E’ amore, è amorissimo, perché è una scelta politica d’amore. Ho vissuto profondamente questa polarizzazione, anche ideologica, ma questa mostra è un tentativo di compromesso storico.

A proposito di accostamenti. Fai nell’Arte quello che Anima Mia ha fatto in Tv, ma senza la nostalgia di Fazio.

Fazio attuava degli sdoganamenti politici, era radicale. Paradossalmente nell’arte magari questa operazione non è stata fatta, e ora viene messo in atto nella Fondazione Prada questo teatro della mediaticità…Tenendo conto poi che c’era un signore, dall’altra parte dello schermo, che guardava tutto questo e, consciamente o inconsciamente, pensava: “Il giorno che avrò sotto contratto Corrado, Baudo, Carrà conquisterò l’amore degli italiani”. E l’ha fatto. Non è una mostra politica, ma ti racconta qualcosa, anche in chiave mondiale.

Il televisore piange: anche tu ami il sentimentalismo, ci sono molte lacrime nelle tue opere.

Qui è dove sono più politico. Certe derive accadono perché i politici hanno smesso di parlare al cuore, e vincono quelli che parlano allo stomaco. Un certo tipo di sinistra ha confinato chi parlava al cuore o al cazzo (si può dire?) in una specie di casella secondaria. Il Pc era sentimentofobo e sessuofobo. Lì un po’ di elettori ce li siamo persi, si può dire? E io li rivoglio, tutti per me!

Ti candidi? (rido)

No! (ride) In questo seguo Pierre Cardin. Lui ha tutte le boutique vicino all’Eliseo, gli hanno chiesto una volta: “Cosa pensa di Sarkozy?” E lui: “Cosa vuole che le dica, io sono qui da 40 anni, questi cambiano ogni 4, io francamente starei nel mio”

A proposito di sentimenti e accostamenti. Comizi di non amore (2004) è una tua video opera con Deneuve e Moreau in una sorta di Uomini e Donne. Insomma, hai accostato Pasolini e De Filippi.

Faccio outing. Dopo il trono gay, la De Filippi per me ha vinto. Il trono è gay è il millenial della Carrà che canta il ritornello Come è bello far l’amore da Trieste in giù. Non era come lo voleva una femminista militante, ma allora una signora bionda, davanti a tutti gli italiani, cantava “sono una donna libera, posso scopare serena e felice, senza rabbia”. Oggi la De Filippi fa il trono gay: non è come lo vorrebbe l’attivista gay radicale, ma è servizio pubblico. E’ un gesto politico potente.

Carrà e De Filippi, le citi insieme, perché appunto tutto è spettacolo, inutile dire: i personaggi della De Filippi non sono “reali”…

Ma non importa! Sono dei simulacri. Sono le 4 di pomeriggio, qualcuno parla alla pancia del paese e dice “Be gay is fine”.

Pasolini era forse più tradizionale?

Diciamo che, con tutte le attenzioni, c’era in lui un aspetto nostalgico che andrebbe considerato. Lo dice anche Citto Maselli, ho tenuto il ritaglio di un’intervista…

Sparisce per cercare il ritaglio. Ci vuole qualche minuto. Guardo di nuovo Niki Minja Du Barry. Vezzoli torna, inizia a leggere: “Ci dividevano le interpretazioni della realtà. Se un bracciante pugliese attraverso il proprio lavoro riusciva ad acquistare un cappotto, consideravo la cosa per quel che mi sembrava. Un’evoluzione, una conquista, un piccolo ma significativo punto di arrivo. Per Pier Paolo invece il cappotto del bracciante incarnava soltanto il simbolo dell’irreversibile imborghesimento del proletariato. Su questo, non avremmo mai potuto trovarci d’accordo”. L’intervista è finita, ma ci vuole ancora una battuta, è evidente. “Bene” dico “invece De Filippi e Carrà senza rabbia e con tanto amore…”. Vezzoli: “…aiutano le categorie oppresse a liberarsi. Quando tutte le categorie oppresse saranno liberate ci concentreremo su Deridda che fa rima con Carrà!”. Ecco, a proposito di accostamenti.

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