E’ il Truman Show 2.0

E’ il Truman Show 2.0

(Pubblicato su La Lettura)

Fin dal suo debutto nelle sale, The Truman Show fu visto come un film profetico. Mettendo in scena una storia surreale e perfino distopica, anticipava meccanismi mediali che da lì a poco sarebbero esplosi a livello globale. Rivedendolo venti anni dopo, infatti, ci si accorge che molte cose si sono avverate, anche se magari in maniera diversa rispetto a quanto ipotizzato nel film.

 

Il reality. Il film prende spunto da un filone televisivo allora in ascesa: il reality. Portando quel genere all’estremo, anticipa un format cui si stava già lavorando: nel 1999 arriva infatti in Olanda la prima versione de Il Grande Fratello, diffuso poi globalmente. Alcune persone vengono rinchiuse in una casa e spiate dalle telecamere 24 su 24. Sono però messe in gara tra loro, in un gioco il cui il talento principale pare “essere se stessi”. Come nel film, non hanno il controllo della rappresentazione che si dà di loro. Ma mentre Truman non sa di essere spiato, i protagonisti del GF sì. Il film racconta così anche il voyeurismo dello spettatore, il format l’esibizionismo del concorrente. Con il successo del genere, e il passare degli anni, il reality diventa metafora e linguaggio per interpretare la politica, i fatti di cronaca, la realtà tutta.

 

La diretta. Truman è uno show di intrattenimento in onda in tutto il mondo. La Tv già allora permetteva la diretta 24 su 24 a livello globale, per lo più realizzata con gran dispiegamento di mezzi per importanti eventi. Oggi in un certo senso Netflix, Amazon e altri servizi in streaming hanno reso ovvia l’idea di intrattenimento globale di Truman, seppur on demand. E se nel 1998 le dirette web erano all’inizio, oggi grazie ai social sono alla portata di tutti.

 

La vita ricostruita. Vanto degli autori del Truman Show è aver ricostruito un’intera vita attraverso le telecamere. Un prodigio tecnico, un’esperienza culturale, una forma d’arte forse. La Tv con il reality ricostruisce porzioni di vita, anche se oggi si cercano di più esperienze estreme, non la normalità di Truman. La quotidianità è invece esplosa sul web grazie ai social. La nostra vita oggi è status, foto, video, tweet, chat, like, condivisione, geocalizzazione e dirette… I nostri dati, raccolti, stipati, raffinati, si fanno Big, e ricostruiscono tante vite, per intero o per brandelli, spesso in maniera molto precisa.

 

Il controllo. Truman è spiato da tutto il mondo, e così tenuto sotto controllo. Ogni volta che prova a fare una mossa diversa da quelle per lui abituali, scattano meccanismi che impediscono qualsiasi deragliamento dalla narrazione prevista. Anche noi oggi siamo controllati da telecamere onnipresenti, nella città, nei supermercati, negli aeroporti. Spesso ce ne dimentichiamo. Così come ci dimentichiamo (o non abbiamo ben chiaro) di quanto le informazioni cedute volontariamente sui social passano trasformasi in elementi chiave per rinforzare o indirizzare le nostre scelte di consumo, e non solo.

 

Pubblico/Privato. In un’intervista la moglie di Truman sostiene che la sua vita sia il Truman Show. Una vita in cui pubblico e privato non esistono, dice, una vita che si configura come un “lifestyle”. Oltre alla Tv sono soprattutto i social a permetterci di sperimentare questo stile di vita in cui confine sempre più labile tra palco e retropalco. Il film metteva in scena un furto di privacy che diventava furto d’identità, un rischio che corriamo anche oggi. Ironia: nel film, ci viene detto che il creatore dello show Christof, invece, è molto geloso proprio della sua privacy…

 

Spontaneità/Mediazione. Lo scopo del Truman Show inteso come programma Tv è mostrare la vita così com’è, spontanea, vera, e non importa se “non sempre è Shakespeare”, afferma Christof. Questa ricerca del vero pedinando il quotidiano è un’idea già del neorealismo e di certe avanguardie. Il paradosso del Truman Show è creare una realtà artificiale per simulare la normalità. In fondo, anche la casa del GF, le isole dei Famosi e le altre situazioni di altri reality sono degli “a parte” paralleli al nostro mondo. Il film anticipa così il costante gioco tra realtà e finzione, vero e falso, spontaneità e mediazione del mondo attuale. Perché se anche non partecipiamo a un reality, possiamo sempre essere il nostro Christof sul web. Tra dirette e aggiornamenti vogliamo mostrarci “così come siamo” attraverso meccanismi di (auto)rappresentazione, con regole e linguaggi propri che però fingiamo di dimenticare. Ognuno di noi è rinchiuso nella propria bolla come Truman, e mostra al mondo la sua Grande Piccola Vita. Le nostre foto su Instagram, le nostre dirette su Facebook, le nostre Stories non sono altro che l’evoluzione delle confessioni allo specchio di Truman.

 

Un mondo simulato. Dice Christof che l’uomo accetta la realtà così come gli viene presentato. E Truman ha di fronte una simulazione perfetta: una città-bolla che replica perfino il sole. Nel 1999 questa idea di doppio perfetto del mondo sarà non più creazione della Tv ma del computer: Matrix. Oggi non siamo ancora arrivati a certe perfezioni, eppure ecco lo sviluppo della Virtual Reality, ecco applicazioni capaci di manipolare foto e video creando falsi perfetti. Ma la simulazione cui crede Truman è anche mediale e psicologica. Per tenere Truman prigioniero, Cristof lo spaventa e lo rassicura: riempie giornali e affissioni di fake news (ad esempio sui disastri aerei) o manda in onda speciali televisivi sulla bellezza della vita di provincia. Fino alla ribellione, ciò che vince è l’emotività di Truman sulla verifica dei fatti. In un certo senso, vive in una sua post verità.

 

Influencer. Il film mostra come pubblicità e brand vengano incorporati nella quotidianità di    Truman: qualcuno lo spinge contro in cartellone pubblicitario, la moglie gli cucina solo alcuni piatti, ogni cosa vista nello show è acquistabile. E’ il brand entertainment. Anzi, Truman è il primo influncer a sua insaputa: la sua vita è un brand e i brand fanno parte della sua vita.

 

Guru 2.0. Christof è l’ideatore, l’architetto, il designer, il tele-visionario. Ha creato grazie l’essere umano Truman e il suo intero mondo. Parla del suo show come di un’Opera che fa del bene. Ha creato per il suo Adamo un paradiso (SeaHaven si chiama la cittadina). E’ il mondo come dovrebbe essere, dice. E’ migliore del mondo che sta fuori perché è protetto. Occhialini, coppola, vestito nero, elegante, misurato: Christof allora ci pareva il regista/autore visionario, oggi pare più un guru 2.0, stile Steve Jobs o Mark Zuckerberg. Christof ha creato la sua silicon valley vendendola come un’utopia, ma la sua creatura è più complessa, e le sue intenzioni più problematiche, di quel che professava. Succede anche ai guru attuali.

 

Prigioniero/Performer Per i critici, Truman è un prigioniero. Per i fan, Truman è un performer. Anche noi oggi siamo prigionieri o perfomer, a seconda di come sappiamo usare i mezzi di comunicazione invece di farci usare. Non è facile, anzi, è una sfida continua. Truman diventa vero quando passa al di là dello specchio, si spinge ai limiti del suo mondo, esce di scena. Noi non possiamo farlo, ma possiamo essere consapevoli ben più di Truman del meccanismo mediale nel quale siamo immersi.

 

 

 

 

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