#SiamoTuttiDiane

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Quello che ci ha proposto in queste ora la politica italiana, dal discorso di Mattarella a Di Maio nervoso da Fazio, spiega perché non potremmo mai scrivere un political drama decente. La nostra realtà supera troppo la nostra (scarsa tra l’altro) scrittura.

Eppure ci vorrebbero serie come The Good Fight per dare ordine un po’ a tutto e capire anche da che parte si può stare in questo mondo pazzo.

Oggi è andato on line sul servizio in streaming di Cbs il finale di stagione.

Ho finito da poco la visione di tutta The Good Wife, strepitosa. E The Good Fight, il suo spin off, è un degno erede.

Valgono più della serie sui robot. Valgono quanto la serie coi draghi.

 

 

Qui il mio pezzo su La Lettura di qualche settimana fa

 

Assistere alla vittoria di Donald Trump è stato un duro colpo per Diane Lockhart (Christine Baranski), avvocato pragmatica e liberal con tanto di foto con Hillary sulla scrivania. Truffata e senza risparmi, torna a lavorare in uno studio più piccolo, guidato da afroamericani idealisti e battaglieri, ma comunque alla ricerca di cause da vincere e soldi da fatturare. Nell’era Trump, quando anche il compromesso tra ideali e realtà è spazzato via da un caotico “vale tutto e il suo contrario”, è ancora possibile perseguire una giusta causa?

Giunta alla sua seconda stagione, disponibile sul sevizio streaming della CBS (in Italia è su TimVision), The Good Fight è lo spin-off di The Good Wife, legal drama che durante l’era Obama mise in scena non solo personaggi femminili profondi, tra cui appunto Diane, ma sempre più intricato rapporto tra media, nuove tecnologie e regole della vita sociale e democratica. Una disamina che continua anche in The Good Fight ma con qualche ansia in più. Nella mente dei creatori, Robert e Michelle King e Phil Alden Robinson, Diane avrebbe avuto come modello cui confrontarsi la presidente Clinton. Hanno poi dovuto riscrivere parte della serie. Forse a livello artistico meglio così: è più interessante questa Diane, avvilita e confusa.

D’altra parte la scrittura dell’attualità quasi in diretta è la forza del genere legal. Mettendo in scena difesa e accusa, racconta l’alternanza di punti di vista, le possibili sfumature tra vero e falso, il dissidio tra ruolo pubblico e sentimenti privati. La scrittura complessa della serialità permette di inscenare la complessità del mondo. The Good Fight è una serie è liberal, ma sottolinea come The Good Wife le contraddizioni di tale mentalità. E i temi affrontati sono tanti, con tono serio e anche divertito.

In una puntata viene messo sotto accusa il sistema informativo americano, ormai una recita a soggetto come dimostrano i talk show. In un’altra Diane e gli altri scoprono che la parte avversaria sta creando false notizie sul loro assistito. “Notizie” visibili solo sulle bacheche Facebook dei giurati, ora totalmente influenzabili. Ecco spiegato in maniera perfetta l’uso perverso del microtargeting attraverso le fake news.

E poi ovvio c’è Trump stesso. In una puntata a Diane e ai suoi è richiesto di ipotizzare un motivo legale valido per l’impeachment. Una socia però ha già cambiato paradigma: perché cercare nella Legge, in quest’epoca conviene andare all’attacco screditando l’altro. Diane l’appoggia, è stufa di essere quella adulta: “La verità ti porta a un passo dal tuo obiettivo ma poi ti servono le menzogne”.

Ormai Diane sta cadendo a pezzi, assume pure qualche sostanza stupefacente. Ha visto alla Tv che Trump ha adottato un maiale. Non sa più se è un fatto o un’allucinazione. E forse non lo sappiamo più nemmeno noi. Una ragazza russa le chiede aiuto perché rischia l’espulsione essendo una delle protagoniste del “famoso” video con The Donald. Diane cita e completa Marx: “La storia si ripete: la prima volta come tragedia, la seconda come farsa, la terza come porno”. Quel che conta alla fine però è il bisogno del singolo cliente non abbattere Trump (con metodi ignobili, e forse pure inutili). Le battaglie giuste sono sempre più difficili ma sempre più preziose in un mondo complesso. E la serialità è ancora capace di raccontarlo.

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