E’ rimasto solo il pop della politica

E’ rimasto solo il pop della politica

Ve la ricordate la politica pop?

Nel lontano 2008 Gianpietro Mazzoleni e Anna Sfardini scrivevano così: “Quando la televisione ha scoperto che la politica può fare audience, e i politici hanno capito di poter raggiungere il vasto pubblico adattandosi alle logiche dello spettacolo, è nata la politica pop: un “ambiente mediale” scaturito dal collasso di generi televisivi e costumi sociali invecchiati, in cui politica e cultura popolare, informazione e intrattenimento, comico e serio, reale e surreale si fondono in una nuova miscela espressiva. Per molti è una pericolosa deviazione dal compito “alto” della formazione di un’opinione pubblica avveduta. Per altri, come alcuni autorevoli studiosi, l'”infotainment” offre un’informazione minima, ma sufficiente a una “cittadinanza sottile” (Politica Pop, edizioni Il Mulino).

Da allora, la politica pop ha dominato i nostri media, e le nostre discussioni accademiche. La politica pop è politica del frammento, dell’esserci, dell’occupare spazio/tempo, del purché se ne parli. Berlusconi che fa le corna, Grillo che arriva a nuoto in Sicilia, Renzi con la giacca di pelle di Fonzie, Salvini con le sue felpe… Una volta pensavano vincesse a livello elettorale solo qui in Italia, e invece ormai funziona anche in Usa, vedi Trump. Ormai è parte integrante del sistema. I media, che una volta cercavano di piegare al loro linguaggio la politica, si trovano di fronte veri mattatori della scena. Il giornalista non è più arbitro ma capocomico di una recita a soggetto o di una playlist video.

La deriva della politica pop è tale che oggi, di fronte a una grave crisi, abbiamo solo:

  1. Salvini e Di Maio selfati con la D’Urso
  2. Di Maio che magna la pizza per sbeffeggiare il commissario europeo
  3. Salvini che invita tutti a stare sui tetti

 

I media e il giornalismo (tv, carta, web, etc) hanno abdicato totalmente di fronte alla politica pop. Per convenienza, perché era più facile, perché “che male c’è”. Perché a partire dagli anni 80 è arrivato l’infotainment, l’idea cioè che la notizia sia un prodotto utile per gli ascolti, e debba quindi ibridarsi con l’intrattenimento: conta emozionare, indignare, divertire. Non che sia sbagliato, ma siamo arrivati al collasso del sistema: l’informazione non c’è più. Oggi dunque media e giornalismo non sono più capaci di dettare alcuna agenda, ma diventano trasmettitori di voci altrui: vince la diretta Facebook che interrompe la diretta da studio, vincono le foto e i video ripresi dai social che si fanno paginate e video e foto gallery. Non solo: questa tendenza non smetterà perché questi politici showman fanno share e fanno click, e liberano il giornalista e il conduttore da ogni obbligo. Anche da quello della molteplicità di vedute. L’opposizione oggi è debole, vero, ma anche perché “non fa click”, e dunque non merita di essere rappresentata come gli altri (qualsiasi cosa dicano).

Dando spazio al pop, i programmi politici passano in secondo piano, non vengono sviscerati dai giornalisti e nemmeno dagli stessi elettori. Non esistono quasi, a parte qualche vago accenno. Quando poi vengono scritti nero su bianco, diventano cioè contratti, paventando futuri incerti e crolli reali, tutti si sorprendono. Cioè si sorprendono che quanto sia stato detto dai politici non sia puro spettacolo, ma abbia influenza sulla realtà delle cose.

Dell’infotainment è rimasto solo il -tainment, e pure di basso valore.

Della politica pop è rimasto pure il pop, e pure di basso valore.

Ci vorrebbe un po’ di gravitas (da parte di tutti, anche dell’opposizione)

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. Maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi