Gioie e dolori del format

Gioie e dolori del format

Il format: una cara vecchia novità. Se ne discuteva mercoledì a Milano con Jean Chalaby, autore de L’età dei Format, Luca Barra e Fabio Guarnaccia, curatori della collana di cui fa parte il libro per Minimum Fax, e Eugenio Bonacci, Chief Content Officer di FremantleMedia.

Il format come drammaturgia, percorso, gioco, sfida e creazione di nuovi eroi. Il format anche come motore dell’industria, ma soprattutto negli altri paesi, perché nel nostro le reti si “mangiano” tutti i diritti di sfruttamento, e l’esportazione all’estero per la casa di produzione diventa impossibile, con perdita di denaro, tempo, creatività. Una situazione che andrebbe sanata, perché anche gli ultimi interventi di Franceschini (con tutti i pro e i contro, anche se molti giornali si sono soffermati solo su questi ultimi, reclamando un vago “dovete battere gli angloamericani con la qualità” che vuol dire tutto e nulla) non tenevano in conto la creatività dell’intrattenimento, non difesa come quella di film, serie, documentari.

Se ne era parlato già nel 2016 in un convegno che avevo moderato alla Luiss, dal titolo Format Italia, con il sottosegretario con delega alle Comunicazioni Antonio Giacomelli. C’era stata anche una ricerca che trovate qui.

Settimana prossima sarò ospite di RadioTube di Marta Cagnola su Radio24. Discuteremo proprio di un genere, il reality, che per me vede oggi uno dei suoi successi, il Grande Fratello, svuotato di senso: è ancora un format o è un programma della D’Urso long edition?

Insomma, il format resta il centro della nostra Tv.

E può essere anche fiction: il vecchio remake prende con l’era dei format un nuovo senso. Qui un mio saggio in inglese sul caso della Cozza Betty, o Betty la Fea o Ugly Betty.

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