Avetrana, la Tv chiude il cerchio con Leosini

Avetrana, la Tv chiude il cerchio con Leosini

Quello che ci colpisce di più delle interviste di Franca Leosini è quel suo grande quaderno tutto scritto, fitto fitto. Aperto davanti a lei, sfogliato con cura, come una bibbia. E’ evidente che lo segue passo passo per tirare fuori l’umana verità dal suo intervistato. Un omicida. Sono Storie maledette d’altronde, e di sicuro tutte quelle storie sono impresse lì, su quel quaderno. Ovvio: c’è stato il fatto, c’è stato il processo, c’è stato il lavoro della Leosini. Il libro di Franca contiene tutto, basta solo saper stimolare i giusti punti di svolta al momento giusto. Chissà come andrà stasera con l’intervista a Sabrina Misseri e Cosima Serrano.

Qui sotto un saggio sulla Tv dei delitti nato attorno ai fatti di Avetrana e pubblicato su Problemi dell’informazione 1, marzo 2011.

Ma voi ve lo ricordavate Corona inviato che si si intrufola a casa Scazzi?

 

 

Pulp soap

Il giornalismo televisivo ai tempi di Avetrana

 

C’è una (finta) storia d’orrore che ricorda il (vero) orrore mediale di Avetrana. E’ quella di Sadako, protagonista di Ring (1991), romanzo di Suzuki Koji, lo “Stephen King giapponese”. Nel 1998 quella storia divenne un celebre film, oggetto di remake americano dal titolo The Ring (2002)

Sadako è stata gettata in un pozzo. Cadavere senza pace, possiede e infesta una videocassetta. Chiunque veda tale filmato, muore: Sadako esce dallo schermo e lo terrorizza a morte. Letteralmente. Una giornalista visiona tale vhs, e per salvarsi ne indaga il mistero. Scopre la storia di Sadako, ma non basta: il demone agisce ancora attraverso la videocassetta. Al fantasma della ragazza infatti interessa solo in parte che la giornalista abbia scoperto il suo corpo, l’abbia risarcita dei torti subiti, abbia raccontato la sua storia, le abbia dato degna sepoltura. No, a Sadako interessa essere ascoltata, e diffondersi. Inarrestabile, ha pace solo se viene moltiplicata: la salvezza della giornalista consiste così nella duplicazione della vhs.

Sadako è un demone seriale su nastro che esce dalla tv. E’ nell’acqua del pozzo ma anche nel flusso mediale. E’ un virus contagioso, metafora straordinaria di quanto sta accadendo nella nostra Tv, e in particolare al giornalismo del piccolo schermo.

 

Numeri della cronaca nera

 

Il delitto di Sarah Scazzi, l’adolescente di Avetrana (Taranto) scomparsa il 26 agosto 2010 e ritrovata in un pozzo il 6 ottobre 2010 dopo la confessione dello zio Michele Misseri, è l’ultimo caso di cronaca nera che ha monopolizzato l’attenzione della televisione italiana, tanto nei telegiornali quanto negli spazi di approfondimento, dando origine a un flusso mediale inarrestabile.

Basta fornire alcuni dati: dal 26 agosto 2010 (giorno della scomparsa) al 10 marzo 2011, nei due principali edizioni (meridiana e serale) dei sette tg nazionali, “Avetrana” è parola che si ripete in ben 1840 notizie, per un totale di 2702 minuti e 59 secondi (45 ore, 1 giorno e 21 ore)[i].

Le trasmissioni che si sono occupate del caso ne hanno giovato in termini di ascolto. Il 6 ottobre 2010 Chi l’ha visto (Raitre) comunica in diretta alla madre di Sarah Scazzi la notizia del ritrovamento del cadavere della ragazza. Il programma parte alle 21:00 e si assesta dopo mezzora su un naturale 12-13 %, ma man mano che arrivano le notizie, la curva degli ascolti inizia inesorabilmente a salire, fino a toccare il 37,50% di share[ii].

Il giorno dopo, il caso Avetrana è il tema di diverse trasmissioni che occupano buona parte del palinsesto mattutino e pomeridiano. Unomattina (Raiuno) parte alle 6.40, Buongiorno Italia (Raitre) alle 7.00, Mattino Cinque (Canale 5) alle 8.40. Alle 14.10 è il turno di Bontà loro (Raiuno) in contemporanea con Pomeriggio sul 2 (Raidue). Alle 16.00 inizia La vita in diretta (Raiuno, seguito alle 16.45 da Pomeriggio Cinque (Canale 5).

Avetrana pesa dunque quantitativamente in termini di tempo di messa in onda, ricorrenza dell’argomento, ascolti registrati. E’ però anche segnale di un cambiamento qualitativo, sfocia cioè in un nuovo modo di essere giornalisti (almeno sul piccolo schermo)?

Il delitto di Novi Ligure e quello di Cogne, l’assassinio del piccolo Tommy, l’omicidio di Chiara Poggi e quello di Meredith Kercher, Avetrana e il post Avetrana, ovvero l’omicidio di Yara Gambirasio: ognuno di questi eventi ha determinato un progressivo, ma inesorabile, mutamento nell’informazione. Un mutamento che va però inserito in un contesto più grande: la cronaca nera infatti accelera e rende palesi dinamiche già in atto da tempo nel giornalismo televisivo, e non solo italiano.

 

Eventi emotivi

 

Grazie alla diretta, alla moltiplicazione dei mezzi di registrazione, alle nuove possibilità fornite da internet, negli ultimi anni la realtà è diventata sempre più documentabile in maniera tempestiva. La notizia si fa dunque immediata, nel senso che viene consumata nella sua immediatezza, come spettacolo: non c’è tempo per la spiegazione e la comprensione, ma solo per la commozione, l’emotività prevale sulla razionalità, il visivo sull’analisi.[iii] L’informazione televisiva è visivamente ed emotivamente impressionante, costringe a vedere qualcosa di cui però non si è capaci di render conto.

La Tv ha inglobato nel suo meccanismo i grandi eventi mondiali, ma ha allo stesso tempo reso ogni fatto un possibile evento. Nella sua fame di eccezionalità, elemento determinante per tenere a se lo spettatore bombardato da più stimoli (web, smartphone, videogiochi, etc), la Tv fa propria l’attualità cercando di eventizzarla. In questa logica, i programmi si costruiscono sulla promessa costante e quotidiana di avvenimenti eccezionali. Anzi, spesso «è la tv stessa come istanza d’enunciazione l’evento, senza alcun riferimento a un’attualità esterna»[iv]

Il giornalista si fa cronista dell’evento in diretta, e allo stesso tempo va a caccia di fatti capaci di farsi avvenimenti, da rilanciare allo spettatore per un consumo immediato ed emotivo. Un evento che, data la sua eccezionalità, può riempire i palinsesti per più giorni. Il giornalista non ha tempo per fermarsi, spiegare, posticipare. Quando la Sciarelli comunica alla madre di Sarah il ritrovamento del cadavere, in realtà quella notizia è già stata data, e infatti la giornalista mostra la home page di Repubblica. “Non so come dirglielo” dice la Sciarelli alla madre “Lei ha capito cosa sta accadendo?”.

E’ ancora una volta un’altra Vermicino. E’ ancora una volta, il superamento di un’altra soglia: è stata aperta l’ennesima porta su qualcosa che non sappiamo spiegare. E poiché la sua reazione della madre è stata totalmente a-televisiva (non melodrammatica, isterica, straziante), l’effetto è atroce. Il suo volto impietrito non poteva infatti essere archiviato nel repertorio del già visto: si è aggiunta una nuova immagine alla galleria del perturbante.

 

Stile Tabloid

 

A partire dagli anni Ottanta si assiste inoltre a un’ibridazione di genere, legata anche alla diffusione e un’intensificazione delle strategie delle tv commerciali, che coinvolge anche i servizi pubblici nazionali. La notizia diventa infatti un prodotto utile nella lotta degli ascolti, e va a ibridarsi con l’intrattenimento per rendersi ancora più appetibile. Nasce infatti l’infotainment, neologismo che indica la fusione tra informazione e intrattenimento, diffusasi tanto negli Stati Uniti quanto nel resto nel mondo[v].

L’informazione si ibrida con il varietà, ed ecco allora programmi come Striscia la notizia e Le Iene. In realtà, però, l’ibridazione coinvolge tutti i programmi d’informazione a un livello più profondo. Si iniziano infatti a utilizzare strategie proprie di altri generi spettacolari: si arricchisce la notizia con tecniche narrative ed espositive rubate alla fiction e al varietà, con musiche ad effetto e grafiche ad hoc, con un’enfasi sui protagonisti, sempre più personaggi da scandagliare. E’ una questione di forma, al di là del contenuto. Il giornalista deve saper intrattenere, non solo porgere le notizie, commentarle, approfondirle. Deve rappresentarle più che presentarle, con una forte personalizzazione della conduzione. Il giornalista è (a suo modo) anche uno showman.

L’infotainment è un dunque nuovo stile dell’informazione, che comporta anche un’ibridazione tra forme diverse di giornalismo, una contaminazione tra alto e basso[vi]. Ecco allora che l’inchiesta e il reportage si contaminano con il gossip, la politica con la cronaca rosa e nera, la cronaca stessa diventa un racconto da declinare in più generi. Non solo: in uno stesso programma talvolta possiamo assistere a un cambio di genere, e al passaggio dal gossip alla cronaca nera, dall’intervista a un vip all’evento di cronaca estera, e così via.

Nel momento in cui la realtà, grazie alla diretta perpetua di tv e web, diventa sempre esibita se non esibizionista, le forme basse di giornalismo paiono contenere alcuni artifici di stile capaci di descriverla al meglio e catturare maggiormente lo spettatore. Ecco allora la ricerca di frasi e titoli sensazionalistici, la drammatizzazione di eventi aberranti, la loro continua ripetizione. Ed ecco i servizi sulla “povera Sarah”, le musiche da film serie B, i sottopancia pieni di espressioni ad effetto, i rallenty sulle sue foto e i suoi video. E’ uno stile tabloid: enfatico, illustrativo, spettacolare[vii].

 

La nascita della soap pulp

 

In questo sistema, la cronaca occupa un posto privilegiato perché fonte inesauribile di storie di ogni genere. Possono scarseggiare i grandi eventi, ma gli avvenimenti privati sono quotidiani, sono materia sempre pronta a diventare evento. E se è vero che la notizia viene consumata immediatamente, il suo shock emotivo può essere perpetrato nei giorni a venire. La notizia tende a ripetersi nel tempo, prendendo a modello la soap opera.

La soap opera può essere intesa come la materia prima della Tv odierna[viii]: bassi costi di realizzazione, forte serializzazione e dunque fidelizzazione dello spettatore, narrazione capace di veicolare una forte emotività. Come abbiamo visto, l’infotainment può far sue alcune strategie proprie di altri generi spettacolari, e dunque anche della soap opera. E’ però interessante rilevare il parallelismo tra i due generi a livello di dinamica temporale, e come questo si ripercuota sulle strategie di messa in forma della notizia utilizzate dal giornalista.

I contenitori mattutini e pomeridiani portano infatti avanti un processo di serializzazione quotidiana di ogni fatto di cronaca molto simile a quello presente nelle soap opera. Ogni giorno alla stessa ora si aggiunge un piccolo tassello al racconto, che ripete e varia quanto detto il giorno prima. Un tassello che, a sua volta, sarà oggetto di una ripetizione e variazione il giorno successivo. Anche altri spazi informativi tendono a configurarsi come successive puntate di una stessa narrazione, che riprendono e variano di settimana in settimana, o addirittura più volte all’interno di una settimana (Porta a porta, Matrix, Chi l’ha visto?…). La trama (come nelle soap!) è sempre la stessa: i collegamenti con l’inviata sul posto che non ha nulla da dire, le interviste alla gente comune piena di dubbi e di timori, le “rivelazioni” di qualche parente o amico, i dubbi sulla dinamica dell’omicidio, gli interrogatori e i possibili moventi…. Il giornalista ripete di puntata in puntata un racconto già noto, solo qua e là variato. Non è la novità a determinare il suo interesse, ma la possibilità di reiterare uno stesso evento. Poco importa aggiungere verità rilevanti. Per lo spettatore, è come trovarsi di fronte a una soap quotidiana, a tutte le ore, a reti unificate.

Come nelle soap opera, c’è un forte senso di rispecchiamento: il tempo quotidiano dello spettatore si cadenza su quello dell’appuntamento televisivo e viceversa, con un forte senso di realismo e immediatezza. L’orrore diventa quotidiano: è una realtà parallela che fluisce insieme a quella vissuta entro le proprie mura domestiche. Giorno dopo giorno. Senza fine.

La soap opera è infatti un formato dalla serialità aperta: ogni frammento porta al successivo, non c’è chiusura narrativa. Le soap opera, a differenza delle telenovela, possono andare avanti all’infinito, senza portare mai a conclusione le loro trame[ix]. Così accade anche per l’attualità: qualora il caso delittuoso venisse chiuso, ce ne sarà sempre un altro pronto a perpetuarsi all’interno di questo meccanismo ormai avviato. Il giornalista non annuncia più il nuovo, ma si fa cantore dei questa soap pulp basata sulla cronaca, e destinata di volta in volta a inglobare protagonisti diversi.

 

Parlarsi addosso

 

A un certo punto della saga, però, scatta una sorta di ripensamento, e la Tv si interroga su se stessa, e i giornalisti sulla loro professione. Ogni trasmissione mette in scena un piccolo o grande processo, l’imputato è l’accanimento mediatico fino a poco prima cavalcato. Tanto più forte è questo ripensamento quando si scopre che i protagonisti intervistati coi loro pianti sono forse i presunti carnefici (“Ma tu quanto fai di share?” è la frase imputata a Sabrina Misseri, quasi più scandalosa del suo presunto coinvolgimento nel delitto).

Con queste parole in onda al Tg5 Barbara Palombelli chiede scusa alla piccola Sarah: “Ti abbiamo usata, ci siamo buttati sulla tua scomparsa, abbiamo scavato nella tua vita, ti abbiamo sospettata di essere fuggita chissà dove, di essere una ragazzina forse un po’ leggera. (…) Tu, principessa che sei finita sfigurata e putrefatta dopo quaranta giorni in un pozzo, tanto che il professor Strada, che ti ha sezionato e analizzato, ti ha nascosto persino alla tua mamma (…) Noi che, senza conoscerti, ti abbiamo incontrato nei telegiornali e sui giornali, ti abbiamo mangiata proprio come l’umidità di quel pozzo. Un pezzettino al giorno, piano piano, senza sprecare nemmeno una briciola della tua tragica favola”.

Un mea culpa che usa gli stessi meccanismi ad effetto che vuole mettere sotto accusa. E infatti nel mettere in scena questo processo, non fa altro che operare una variante rispetto alla narrazione principale. Non esiste il silenzio, ma solo una sottotrama: è ancora Avetrana sulla scena. L’accusa è rivolta genericamente “ai mass media”, e il dibattito confronta diverse posizioni senza portare mai una condanna definitiva. Il giorno dopo si ricomincia da capo: l’autoassoluzione è insita nel processo.

Solo Enrico Lucci delle Iene riesce a riflettere metalinguisticamente sul giornalismo ai tempi di Avetrana, grazie al suo stile infotainment surreale. Lucci infatti apposta durante i collegamenti di Porta a Porta, si mette vicino ai giornalisti, ascolta quello che hanno da dire, commenta il loro commento: «Sì, anche a me è parso così. Cosima era più tranquilla di Velentina». Illustra il cambio che tutti si danno davanti al garage di casa Misseri, un vero e proprio set. Corre disperato verso la macchina della zia e della cugina. Rispetta la fila (prima Tg1, poi Porta a Porta…) per avere qualche dichiarazione. Intervista alcuni ragazzi di Avetrana, e fa vedere loro un pezzo di Costanzo: Sabrina sovrappeso è forse gelosa di Sarah, diventata donna. Chiede loro se sono d’accordo con questa interpretazione. E se invece fossero più d’accordo con Giletti o con la D’Urso? Lei, spiegano i ragazzi, fa il 10 per cento in più di share, chissà forse la sua tesi è più condivisa. Non conta credere a Sabrina o a zio Michele. Conta credere a Costanzo o alla D’Urso.

  

Figure dello show

 

Se questo è lo stato generale del giornalismo televisivo, ognuno degli attori in causa lo declina però alla propria maniera[x]. Naturalmente, una figura può sfociare nell’altra o assumere più connotati a seconda del contesto di riferimento.

 

Missionario. Crede nel suo compito, e dunque difende il suo operato anche quando deve “sporcarsi” le mani con gli aspetti più spettacolari del suo lavoro. E’ il caso di Chi l’ha visto: il riflettore accesso, come ripetuto da più parti, che ha permesso alla sparizione di Sarah di avere una sua conclusione, al contrario di quanto accaduto ad esempio con il caso di Elisa Claps. La missione comporta di assistere sempre chi ha chiesto aiuto, anche nei momenti più tragici. E così anche nella famosa diretta del 6 ottobre. Dopo gli attacchi seguiti a quanto accaduto in trasmissione, la Sciarelli così si difende: “Non attaccate il programma perché da 23 aiuta i famigliari (…) Una mamma mi ha scritto “Tieni duro, perché siamo noi famigliari a chiederti di venire in televisione con il nostro dolore”[xi].

 

Plastichista. L’argomento viene inglobato nel ventre della trasmissione, e modellato secondo le modalità proprie dello show. E’ il caso, ovvio, di Bruno Vespa e dei suoi plastici: il luogo del delitto, e dunque il suo stesso racconto, si fanno piccoli e maneggevoli, il conduttore può farli suoi per poi raccontarli, così plasmati, allo spettatore. Un’appropriazione materica a fini narrativi che esaspera l’aspetto visibile dell’indicibile, tende a mostrare doppi concreti di eventi, persone, oggetti che non possono, per ovvie ragioni, essere presenti in studio o profanati dalle telecamere. Un meccanismo all’opera anche in ricostruzioni fittizie di altro genere, come la docufiction sulla strage di Erba in onda a Matrix di Mentana, o quella dell’interrogatorio di Misseri in onda a L’Arena.

 

Arenista. Ogni tema diventa una partita dialettica tra buoni e cattivi, giusto e sbagliato, come recita la canzone di Vasco Rossi che apre L’Arena di Massimo Giletti. Non vi è alcun approfondimento o sfumatura, ma solo una polarizzazione di temi, opinioni, ospiti dai toni spesso esasperati. Il conduttore accende la miccia, dirige le comparse, butta benzina sul fuoco o calma gli animi. La partitura è sempre la stessa, sia che si tratti dell’omicidio di Sarah Scazzi o della presenza della cantante Emma alla manifestazione delle donne. Poiché tutto è trattato alla stessa maniera, tendono a svanire le differenze tra notizie tra loro imparagonabili.

 

Surriscaldato. Lo show è monotematico, espressamente dedicato a misfatti e misteri di sangue, e questo comporta un vero e proprio surriscaldamento stilistico: si portano alle estreme conseguenze alcune strategia che paiono applicare a fatti reali gli stilemi del thriller. Accade con Franca Leosini, che si occupa di cronaca giudiziaria con Storie maledette e Ombre sul Giallo. Accade con Salvo Sottile, che si occupa di cronaca nera a Quarto Grado. Conta l’intensità, il lato oscuro, lo shock: la sigla dello show usa la musica di Psyco, e nel scelta di genere è evidente.

 

Colazione/caffè/the/merenda con cadavere. Da Michele Cucuzza a Milo Infante, da Paolo Del Debbio a Lamberto Sposini, il delitto è servito. Ogni momento è buono per raccontare l’omicidio, che diventa così un argomento fra i tanti dei molti contenitori mattutini e pomeridiani: Mattino Cinque, Pomeriggio Cinque, Uno Mattina, Pomeriggio sul 2, La vita in diretta... L’argomento viene “contenuto” nella scaletta del programma, e per questo in parte depotenziato (sebbene gli ospiti in studio spesso si surriscaldino). Il delitto diviene seriale, argomento da conversazione tra un caffè e un pasticcino, tra un’intervista a un vip e una ricetta. Basta cambiare espressione per cambiare pagina.

 

Di routine. In alcuni casi sottocategoria del precedente. Si avvera nel caso di Videonews, testata di Mediaset specializzata nella realizzazione di approfondimenti giornalistici, guidati da un/a giornalista o da un/a conduttore/trice. Attualmente diretta da Claudio Brachino, Videonews è alla base del confezionamento di molti programmi (Mattino Cinque, Pomeriggio Cinque, Domenica Cinque, Quarto Grado, Verissimo…). Videonews, vero marchio di fabbrica del giornalismo Mediaset, è infotaiment da contenitore mattutino, pomeridiano, serale. Uno stile di ruotine, ravvivato dalla personalità del conduttore (Sottile, D’Urso) o dall’emotività cronaca nera.

 

Opinionista. Figura cardine e prezzemolina di ogni talk show, reality, contenitore, l’opinionista dà opinioni. In nome di quale specializzazione, non sempre è chiaro. Anche il giornalista diventa opinionista. Magari perché si è occupato del caso sulla stampa o in altri trasmissioni. Magari perché è volto noto televisivo, e questo vale più di mille specializzazioni. Il giornalista opinionista si confronta con altri specialisti, dal criminologo allo psicologo all’avvocato fino al poliziotto. E i piani di conoscenza si fondono e confondono.

 

Inviato. Altra figura cardine di ogni programma d’approfondimento. L’inviato sul posto deve presidiare il posto. Deve essere lì, proprio lì, per consentire di aprire una finestra concreta su quella realtà, e decretarne la veridicità. Deve essere lì, proprio lì, per portare davanti alle telecamere i protagonisti della vicenda. Anche se poi dice sempre le stesse cose, spesso porge solo il microfono agli ospiti intervistati dal conduttore, in studio sono più informati di lui.

 

Mutazione finale

 

La metafora di The Ring ritorna potente. La cronaca nera prende le sembianze di un virus mediale, che si diffonde senza fine: il meccanismo duplicatorio è ormai autonomo, slegato dal singolo accidente (il tal caso di cronaca, il tal aggiornamento, il tal protagonista). La notizia è immediata ed emotiva. Bisogna raccontarla facendo presa sugli spettatori, in concorrenza con molti altri. Per mantenere l’attenzione e l’emozione, la notizia si serializza e si fa quotidiana. Il giornalista è così vittima e untore più o meno compiacente, non può – pare- che duplicare la cassetta. Si deve solo lasciar esaurire quel particolare nastro, tanto poi presto arriverà qualche altra nuova storia d’orrore a richiedere attenzione.

Questo modo di fare giornalismo predomina nei maggior network, nelle ore di maggior ascolto, nei programmi di punta. Anche i talk politici sono spesso una declinazione di quanto sopra descritto, applicata però Berlusconi. Il giornalismo “altro” pare una nicchia per spazio, tempo, visibilità (La7, Raitre, Terra!, SkyTg24). Il solito difetto italiano: mancanza di vero pluralismo, stavolta di stile.

Così la figura finale di tutte quelle fin qui descritte è già tra noi. Anzi, è già andata in onda. Fabrizio Corona è infatti diventato collaboratore esterno per Domenica Cinque, condotta dal direttore di video news Brachino. E’ l’investitura ufficiale, la chiusura del cerchio, la profezia che si avvera: il re del gossip si dedica alla cronaca nera. Ibridazione ultima e totale, tesa al sensazionalismo emotivo all’opera su una materia macabra. Corona agisce a suo modo, quasi infiltrandosi in casa Scazzi (26 febbraio), suscitando molte polemiche, chiedendo scusa con un videomessaggio (6 marzo). Nel giro pochi giorni, Corona ha sintetizzato su se stesso tutte le fasi già viste all’opera nel caso Avetrana (l’evento come infrazione a una normalità, serializzazione della notizia discussa su più media, autoaccusa e autoassoluzione finali). Il Corona’s touch è solo una versione estrema di modalità già all’opera nell’informazione odierna. Sperando non sia la fase ultima cui sta tendendo il giornalismo italiano, televisivo e non.

 

 

 

[i] Per questi dati cfr Geca Italia, www.gecaitalia.com. Difficile trovare un’altra notizia capace di rimanere così calda per un periodo così lungo.“Ruby” (emersa attorno al 20 ottobre 2010) si ripete in 1085 notizie per 2079 minuti e 6 secondi; “crisi economica” in 227 notizie per 371 minuti e 43 secondi. La ricorrenza di “Avetrana” è così ripartita: Tg1: 201 notizie per 283 minuti e 36 secondi; Tg2: 182 notizie per 291 minuti e 57 secondi; Tg3: 96 per 151’59’’; Tg5: 298 per 498’44’’; Tg4: 294 per 505’10’’; Studio Aperto: 678 per 799’29’’; TgLa7: 91 per 172’4’’. Numeri che confermano i differenti stili delle sette testate (cfr. Cfr Aldo Grasso, Stefania Carini, Massimo Scaglioni, “La politica dei tg, la politica nei tg”, Vita e Pensiero, Bimestrale di cultura e dibattito dell’Università Cattolica, n° 6/2005).

[ii] Il giorno dopo, Porta a porta (Raiuno) si dedica al caso totalizzando un record di ascolti con 3 milioni 135 mila telespettatori e il 30,59 per cento di share. Il 15 ottobre a Quarto Grado (Rete Quattro), Salvo Sottile segue in diretta l’evolversi della vicenda relativa a Sabrina Misseri, e dà per primo la notizia del suo arresto. Il programma è da record, seguito da 4.665.000 telespettatori con uno share del 18.33%.

[iii] Cfr. C. Freccero,”Effetto Sarkozy”, Link 6, Rti, 2008

[iv] R. Chaniac, “La programmation de l’événement”, in AA.VV., La télévision de l’événement, Dossier de l’Audiovisuel, n. 91, maggio-giugno 2000.

[v] Cfr. D.K. Thussu, News as Entertainment, Sage Pubblications, London, 2007. L’infotainment è visto dalla maggior parte dei commentatori come un vero e proprio imbarbarimento della professione, con un conseguente abbassamento del livello qualitativo del dibattito pubblico. Eppure, secondo altri osservatori, grazie alle sue strategie, l’infotainment avvicinerebbe i cittadini meno acculturati ai temi importanti, portando avanti un processo di democratizzazione dell’informazione. Cfr. idem, p. 162

[vi] Cfr. C. Freccero, op. cit.

[vii] Uno stile cui non sono immuni altri generi televisivi, dal reality al documentario. Cfr. J. T. Caldwell, Televisuality. Style, Crisis, and Authority in American Television, Rutgers University Press, New Brunswick, New Jersey, 1995.

[viii] Cfr. J.H. Wittebols, The Soap Opera Paradigm, Rowman & Littlefield Publishers, Lanham, 2004

[ix] Cfr. Aldo Grasso, Massimo Scaglioni, Che cos’è la Tv, Garzanti, Milano, 2003

[x] Sono esclusi dalla disamina i singoli tg e i loro conduttori.

[xi] Dichiarazioni rilasciata nella puntata de L’Arena del 10/10/2010

 

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