Feud, Versace, Jackie: la Storia ri-scritta

Feud, Versace, Jackie: la Storia ri-scritta

Pubblicato su Linus n° 4, aprile 2017

 

Ha raccontato il femminile moderno, magmatico, impetuoso, e ora a maggio Pedro Almodóvar sarà il presidente della giuria del Festival di Cannes n°70. Nel 1999 vinse la Palma d’Oro per la regia di Tutto su mia madre, che chiudeva con queste parole: «A Bette Davis, Gena Rowlands, Romy Schneider… A tutte le attrici che hanno fatto le attrici, a tutte le donne che recitano, agli uomini che recitano e si trasformano in donne, a tutte le persone che vogliono essere madri. A mia madre». A proposito di Bette Davis, di attrici che fanno le attrici, di donne che recitano, proprio Cannes ospitò nel 1963 Che fine ha fatto Baby Jane? di Robert Aldrich, uscito in Usa l’anno precedente.  Un thriller psicologico e un saggio sulla recitazione divistica e sul suo superamento, opera della già citata Davis e di Joan Crawford.

In concorso quell’anno c’erano pure Il buio oltre la siepe e Il Gattopardo. Vinse quest’ultimo, cioè la Storia come affresco melodrammatico. Fuori competizione invece 8 1/2 e Gli uccelli, cioè un film sui sogni di un regista e un film sull’ incubo di un regista. Nel primo si susseguono donne su donne, da Claudia Cardinale a Sandra Milo, nel secondo domina la bionda, glaciale, esordiente Tippi Hedren. Hitchcock le fece un corso intensivo di recitazione, arrivando forse nel sopruso, per il bene del suo film e della nostra paura. D’altra parte, il confine tra finzione e tortura su certi set è labile.

Davis e Crawford non erano delle novelline, anzi, e Aldrich le mostra sullo schermo al limite, fisicamente e mentalmente.

Dive di un’epoca passata, interpretano il tempo che se n’è andato anche nel film: Crawford paralitica piena di sensi di colpa, Davis ex bambina prodigio ormai folle, due sorelle una vittima e l’altra carnefice, e viceversa (come in ogni rapporto familiare che si rispetti). Davis e Crawford impersonano due ex attrici che indossano tante maschere, e l’horror è lo stravolgimento, soprattutto per Davis, dei corpi e dei visi, grazie a inquadrature deformanti e primi piani grotteschi. Davis e Crawford hanno superato i 50 anni, e questo è il loro grande ritorno dopo l’emarginazione: l’horror è, anche, che il film nasconde nulla, non nasconde che sono due “vecchie” per la Hollywood di allora. Forse, anche per quella di oggi.

“Tu te le scoperesti?” chiede il produttore Jack Warner a Robert Aldrich. Andò così? Non importa. E’ verosimile, e perciò Ryan Murphy mette questa scena in Feud (in Usa in onda su FX, in Italia su Studio Universal). In questa sua nuova serie racconta la genesi di Che fine ha fatto Baby Jane? e la faida tra le due attrici, che si erano sempre odiate e avevano continuato a farlo anche sul set per la gioia dei fan, di Aldrich, del marketing e della columnist regina del gossip Hedda Hopper (adesso le star fanno da sé su Instagram). Vero, falso, verosimile poco importa: Hollywood è Hollywood anche per questo.

Ideata e prodotta da Murphy, Feud vede Susan Sarandon nei panni di Davis e Jessica Lange in quelli di Crawford.

Attrici che fanno le attrici recitando altre attrici e i loro personaggi sdoppiati (Sarandon è spaventosa, è tanto Sarandon quanto Davis quando Baby Jane).

Come Aldrich, Murphy sottolinea le storture del mondo dello spettacolo dominato dai maschi, che crea Divine talvolta folli, spesso infelici, comunque facili da dismettere quando arriva una nuova, e più soda. Che magari si chiama Monroe (e pure lì, non finirà bene). Per fortuna però ci sono sempre le Crawford e le Davis pronte a dare battaglia.

Feud è l’ennesima serie voluta da Murphy, showrunner sopra le righe dietro a Nip/Tuck, Glee, American Horror Story. Come Aldrich, ha utilizzato al meglio attrici relegate sulle sfondo, da Lange a Kathy Bates. Ha messo a recitare Lady Gaga, ha mostrato la bravura di Sarah Paulson. Che, in un’altra serie da lui prodotta, American Crime Story, ha interpretato Marcia Clark, il procuratore che pensava di avere in tasca la condanna di O.J. Simpson. Una donna che non aveva capito che le toccava recitare non più solo fare il suo mestiere. Perché in quel processo non contavano più prove e interrogatori, ma la storia migliore da raccontare ai media.

Di crimini mediatici e di cronaca che si fa Storia parleranno anche le prossime stagioni di American Crime Story: l’uragano Katrina, l’omicidio Versace, il caso Lewinsky. La seconda stagione di Feud invece racconterà Diana vs Carlo. Da scrittore, regista e soprattutto produttore, Murphy sta travestendo il dramma storico da crime e melò, e viceversa. E’ una sorta di storico degli eventi mediali, non importa se piccoli, grandi o pop. Perché prima con il cinema, poi con la Tv, oggi con i social, tutto si mescola: vero, falso, verosimile. Immagine catturata accidentalmente, immagine costruita per gli obiettivi o ri-costruita come un calco. E molto di tutto questo forse è iniziato a Dallas, sempre nel 1963, secondo la tesi di Jackie, diretto da Pablo Larraín, scritto da Noah Oppenheim, vincitore a Venezia per la sceneggiatura. Anche qui un’attrice fa l’attrice (Natalie Portman) mimando un’altra donna brava a recitare.

Jackie racconta i giorni dopo l’assassinio di JFK, che videro protagonista Jacqueline Lee Bouvier, da anni già nei panni di Jacqueline Kennedy.

Ormai ex first lady, vedova, madre si trova a dover mantenere viva la memoria dell’appena defunto presidente, marito, padre dei suoi figli. Il punto è proprio questo: come preservare Kennedy anzi costruirne il mito ora che non c’è più tempo? Ora che la Storia se lo è preso prima di farlo risplendere? Tocca farsi stratega mediale.

Larraín ricostruisce i motivi personali e politici che portarono Jackie a volere un funerale in solenne e melodrammatico, e a rilasciare a Theodore H. White di Life un’intervista capace di creare il mito della Camelot presidenziale. Più che una narrazione compiuta, il film è un saggio di storiografia. Perché è vero, come le dice il giornalista, che c’è la Tv, e la Storia si racconta da sé. Forse però vale la pena di valorizzarla con un po’ di trucco e parrucco personali, quando è possibile.

Per rendere immortale la sua verità su suo marito, Jackie l’ha infatti dovuta rappresentare nel modo perfetto davanti agli obiettivi del mondo. Tutte le sue scelte dopo Dallas, sebbene legate anche a vanità e disperazione, resero quel momento tragico un momento fondativo per l’America: la perdita di un Padre, e la Madre a portare il fardello per tutti. Era questo che doveva andare in scena. Evviva le donne che recitano, sempre, e in grande stile.

Larraín mescola archivio reale e ri-costruzione di frammenti di Tv passata alla Storia.

Non solo lo sparo a Dallas e il funerale, ma anche un programma televisivo di cui Jackie fu protagonista, A Tour of The White House: voleva fare della Casa Bianca un luogo di memoria, segno che la questione le stava a cuore da sempre. Tale show è disponibile sul nostro archivio senza fine, YouTube, come molti speciali del tempo su Chi ha incastrato Baby Jane?. Davis Sarandon Lange Crawford Jackie Portman: ogni immagine fluisce nell’altra, ma in un’epoca di fake news è un buon allenamento imparare a districarsi in questo labirinto di specchi.

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